|
A guardare indietro, oggi che quasi insieme svoltiamo per i
settan-tanni, mi dico che Piero ha avuto da sempre un’unica
ossessione - inseguire, lasciar vibrare e dar vita alla forma
della bellezza.
Ricordo il suo primo olio che vidi, il “Ritratto di R.M.”
(1962). Venni colpito dallo slancio che la pennellata marcava
lungo la gola della donna, dal modo in cui la massa dei capelli
neri risultava dalla pura densità della pittura. Accanto c’erano
le prime tele giovanili, travagliatissime e vitali, che
tradivano echi di pittori amati - espres-sionisti in genere, Soutine o Kokoschka e anche Scipione. Il risultato si coagulava
nella bellezza della materia, nello splendore di certe
pennellate a strappo vibranti di blu, di rosso, di verde, di un
pastoso grigio-rosa, colori che affioravano e sparivano
esaltati, si sarebbe detto, come per una dinamica musicale. La
forma, in quelle tele datate 1959, 1960, era offerta da uno
scintillìo nervoso e plastico, che cercava di imbrigliare
contenuti per dir così proletari - macellerie, figure in caduta,
un “Venditore di illumina-zioni”,
“Deterrent” e così via. Ma quella plasticità e quello scintillìo
trovavano verità proprio nel trattamento che ne faceva la
materia, tentata dal tragico pur nel tocco amoroso che con
naturalezza la governava.
Anche del 1962 è, però, “Rondini”, dove contro un blu profondo
di cielo viene inciso lo scatto del volo, l’aprirsi a grumo e a
taglio di un mazzo di ali brune, su una base, un muretto forse o
il profilo di un davanzale, che agisce da appoggio, o struttura,
per quell’azzurro - un modo che Guccione non ha più abbandonato,
fino a oggi, con la leggera lista di spiaggia che alla base
della tela impagina il mare, il cielo, i temi suoi preferiti.
“Rondini” è una tela in anticipo su tutto quanto Piero andava
dipingendo in quegli anni. Forte era in lui l’elemento
drammatiz-zante che aveva scoperto in Bacon. Forte il senso di
una realtà problematica e dialettica da porre ad argine contro
l’ossidazione, sia pure sofisticata, della pop art allora
dilagante.
Sono gli anni che Piero vive a Roma - e i confronti che fa sono
con Guttuso, Titina Maselli, Alberto Gian-quinto, Lorenzo
Torna-buoni - gli anni più vitali della Galleria Il Gabbiano di
Laura Mazza e Sandro Manzo. È il tempo della difesa strenua,
dell’uso “povero” (diceva Guttuso) del pennello. Una povertà che
si traduceva in una ispezione del mondo, accanita, lenticolare -
e conoscitiva. Piero dipinge i “Giardini”, i “Cancelli sui
muretti rosa”, i “Balconi” e i “Paesaggi italiani” con antenne
tv. Il colore non ha più convulsioni sulla tela: spesso è motivo
d’apparizione per profili di cose, di corpi, di volti.
L’addio a Roma direi sia testimoniato nel grande olio “Dopo il
tramonto - città” 1972, imbevuto di una luce cenere che va
assorbendosi come in una bambagia. Accanto per data, sono gli
studi di mare sempre ad olio, del paesaggio di Punta Corvo, e
degli interni-esterni dello studio “sciclitano”. La Sicilia si
intreccia a Roma. Simmetrico al tramonto cittadino, in stessa
misura, 170x140, ecco il grande olio “Dopo il tramonto - mare”,
ancora 1971-72, dove l’azzurro del Mediterraneo evapora in una
ferma aria agostana.
In quest’ ultimo, alla base destra si legge una scritta in
corsivo, “chiaro e freddo”.
È l’azzurro-grigio con una punta indelebile di viola che
comincia a dominare la pittura di Guccione. In questo colore
particola-rissimo va ad annidarsi la forma di tanta celeste
luminosità - che Piero comincia a indagare in modo sempre più
ossessivo con i pastelli.
Sono “Studi di ombre”, studi per “Le linee del mare”, per “Le
linee della terra” e il pastello diventa lo strumento essenziale
per restituire l’intima grana della percezione, il suo farsi
nella mente invece che nella retina.
Sono epifanie quelle che Guccione dipinge - epifanie proprio nel
senso in cui ne scriveva Joyce: intuizioni di significati che in
modo inesplicabile ma necessario passano dai sensi al pensiero,
e là si fanno immagine.
Il grande pastello del 1974, “La fine dell’estate”, dove
le sfumature
|