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"I Grandi ci raccontano Guccione..."

Quanto cade sotto l’occhio, spalancato o disattento, ogni giorno, o più volte al giorno, si carica poco a poco di realtà, acquista signifi-cato, accumula oggetti-vamente valori, si artico-la in vibrazioni, sotti-gliezze, accentuazioni, finché Guccione dà voce alla insopprimibile presenza del mondo, finché le cose, incon-trandosi con l’occhio, si qualificano, implicano una più vasta realtà.
           
Renato Guttuso

"Senso" di Camillo Boito è uno dei migliori racconti dell’Ottocento italiano. Guccione vuole dirci quello che Boito ha taciuto: egli non “illustra” figure e situazioni ma si è messo fuori della storia, si è tenuto alla passione che è tutti i tempi e di tutti i luoghi e a quella soltanto. in quasi tutte le tavole prevalgono le tenebre, l’ombra, la notte, il buio, e altre oscurità popolate, si direbbe, unicamente dai fantasmi violenti della passione. Sono le oscurità dell'anima di cui Guccione intuisce e rappresenta la comples-sività tumultuosa.
        
  Alberto Moravia

Piero Guccione vive nella vasta natura eterna. Il suo lavoro è cresciuto nella purezza di un’immensità che si è fatta tempo,distinguendo l’avvicendarsi delle stagioni entro una misura di necessità interiore che è il vero passo del suo cammino. Quanto più pare distaccarsi dal mondo, tanto più, invece, ne cerca il centro profondo, ne intuisce anche da lontano il contorno labile. Sfidando il pericolo, certo; mettendo sul piatto di questo gioco tutto quanto all’uomo sia consentito. Non tralasciando nulla per ricercare la verità, se l’opera d’arte non è una menzogna. Poi il pittore ritorna in superficie; il viaggio sotterraneo è, per ora, terminato, ha condotto ad alcune prime, sommarie, conclusioni. Ed eccone il segno: l’opera nella sua precarietà fisica, ma anche desiderio di essere sillaba di un non esprimibile, che tuttavia,
detto, rimane e si fissa come spina nel cuore.
             
Marco Golden

La bella pittura deve essere piatta, come voleva Degas (che la faceva); e la piattezza è divina — cioè peculiare alla pittura, essenza, necessità, ineffabilità — come commentava Valéry (che se ne intendeva). Alla pittura di Guccione è dunque peculiare la smarrita — per altri — “platitude”. Che non è da intendere nel senso della banalità quotidiana, della svogliante abitudine, dell’accidioso spegnersi del mondo intorno a noi; ma tutto al contrario: come una fuga dalle sensazioni, e cioè dal tempo, per andare (e restare) oltre. La negazione, insomma, del tempo come “ordine misurabile di movimento” — e anche del movimento. A vantaggio dell’essere, dell’esistenza. Questa negazione raggiunge e penetra un colore, vi si involge, vi si ferma. L’azzurro. Del cielo, del
mare. Che si aprono sterminati davanti a Scicli. L’azzurro che Mallarmé invocava come fine, appunto, delle sensazioni: “Où fuir dans la révolte, inutile et perverse? Je suis hanté. L’Azur! L’Azur! L’Azur! L’Azur!”.
       
Leonardo Sciascia


"Il mare e la luna"
Olio su tela 60.5x91


"Lo spazio del mare"
Olio su tela 60x80


"Riflesso sulla spiaggia"
olio su tela 94x74


"Le linee del mare"
Olio su tela 25x35


"Il grido della luna"
Pastello su carta 52x44


"Spiaggia"
Olio su tela 92.5x150


"Cielo e mare"
Olio su tela 41x71


"Studio manifesto del Centenario di L.Pira"
Pastello su carta 41x33

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