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Quello che si può vedere, nelle opere di
Elio De Luca, è ancora un rapporto con il
Novecento, un secolo ormai morto, ma che
forse continua ancora a produrre alcuni
bagliori. Basti pensare a come, in certi
oggetti assemblati dagli artisti
giovani che popolano le varie mostre-mercato
e fiere, sopravviva quell' invenzione
geniale che furono le scatole con gli
Object d'aliéné dell'Exposition
Surrealiste negli anni Trenta senza le quali
non sarebbero esistite certo né le P
lanche d'associations démentiel-les di
Dalì, né le opere di Max Ernst e Man Ray. In
un certo senso tutta la ricerca artistica
attuale deriva dal surrealismo. De Luca
sembra dunque un pittore tradizionale,
nell'ac-cezione dei mezzi tecnici impiegati,
e ha ragione Vanni a cercare di collegare la
sua pittura a quelle correnti del pensiero
del Novecento che hanno posto il tempo
come categoria centrale della propria
mitologia formale. Questi dipinti, presi
come testi, sembrano tutti testimoniare un
legame con il nostro Novecento.
Così
gli uccelli di Il custode del tempo
, che volano in coppia su quella figura
femminile assisa tra due grandi pini,
ricordano da vicino quelli delle incisioni e
dei dipinti del pisano Giuseppe Viviani.
Oppure quel piccolo cane, che sta ai piedi
della scala a pioli su cui posa la ragazza
in Una trovata ingegnosa , è figlio
dei cani dei quadri di Carlo Carrà.
E
infine quelle finestre aperte sul mare, di
Piccola invidia e Piccola
pigrizia , mi ricordano i siparietti di
interni con figure alle finestre nelle opere
di Arturo Martini, come La moglie del
marinaio , Chiaro di luna e
Il sogno , tutte del 1930-31,
esempi alti della "mitografia
medit-erranea". In questo, e non in altri
elementi, Elio De Luca è certamente un
figlio di quel Novecento che tutti
dichiaravano finito venti anni prima, ma che
sembra ancora tardare a morire.
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