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Immerso nella solitudine, pronuba l'area
silente dello studio, Sergio Nardoni va
sognando mondi lontani così come farebbe un
bambino che la fantasia trasporta fra le
irrecuperabili meraviglie delle favole; così
come certamente deve aver fatto lui quando,
ancora piccino, andava esplorando quel suo
immaginario già allora senza confini e
raccontava a se stesso gli episodi esaltanti
di una irrealtà vertiginosa che gli pareva
reale. Il sovrapporsi di tante situazioni
tuttavia non gli ha mai creato seri
problemi. E ancora oggi, adulto e pittore
affermato, mentre dipana sulle tele un
pensiero che viene da lontano Nardoni popola
il suo racconto assegnando via via il ruolo
di personaggi immaginari agli oggetti che si
affollano sul tavolo di lavoro o ai propri
ricordi di figure che sono apparse, e poi
svanite lievi come proiezioni di pensieri
inafferrabili, nel suo hortus conclusus. Ad
ogni modo, le immagini che a poco a poco si
materializzano nel dipinto non sono recluse
e non tradiscono la controparte fisica donde
derivano nè la presenza globale di quel
"teatrino" (è stato Listri a chiamarlo così
lo studio pieno di figuranti) perchè il
pittore le pone a contatto diretto con
l'universo appena spalancando una finestra:
una "magia" mediante la quale entrano
insieme con la luce solare, rotolano fino a
riempire gli spazi, agglomerati urbanistici
invocati sul palcoscenico delle idee: ogni
volta una Firenze diversa raccolta intorno a
una delle sue architetture monumentali e che
si allontana immediatamente dopo, verso
l'infinito. E tutto questo accade sulla scia
di un pensiero che dà la sensazione di
inseguire nello spazio esterno i frammenti
di un sogno ma che in effetti seguita a
girare fra le pareti della camera dei sogni.
E, qui, colori e pennelli si impegnano a
ricostruire il racconto con la descrizione
esatta dell'oggetto, sì, ma riproponendone
la peculiarità dell'esistente, vale a dire
la sua complessa e caratteristica natura,
reale o immaginaria che sia. Ricordo una
porta-finestra spalancata e un paesaggio
costruito per un effetto speciale perchè in
cima a quelle case svettasse la basilica di
Santa Croce, fondale architettonico
stupendo, cerniera mitica con i quartieri
confluenti apparentemente disordinati in una
struttura compatta, contraddittoria e
armonica insieme: spettacolo di alto
gradimento, si direbbe in gergo televisivo.
Per tali ragioni ritengo che gli appellativi
di manierista o di metafisico che a Nardoni
sono stati attribuiti nel tempo
rappresentino definizioni approssimative per
un'arte magari manieristica e a suo modo
anche metafisica, purché esse siano
considerate come due delle molteplici
sfaccettature dell'espressione complessa di
questo pittore modernissimo all'antica che
riesce a coagulare nella forma e nel colore
la sostanza delle sue idee. Secondo gli
insegnamenti di una tradizione di
elevatissima, meravigliosa finezza. E a
tradurle nel più moderno e avanzato dei modi
nel quale le prospettive non hanno punti in
comune con la realtà; e i colori che ne
sfumano o ne definiscono la funzione non
sono tinte ma momenti di partecipazione
all'atmosfera in cui la rappresentazione è
coinvolta. E poi - anzi, dovrebbe dire prima
di tutto - il disegno e la luce. Su questi
elementi che sono basilari in un opera
d'arte anche contemporanea, Nardoni ha
impostato la sua rabbiosa reazione alle
dissacranti eversioni che negli anni
Settanta l'Accademia ha esasperato: il luogo
mitico dell'insegnamento si disfaceva sotto
1' assalto di pseudomodernisti infiltrati
nella protesta legittima e impegnati a
creare il caos: alibi alla propria
impreparazione professionale, all'incultura
dilagante. Nardoni resistette a quello che
gli appariva il massacro delle idee,
l'annientamento della propria esperienza
maturata con sacrificio enorme… |