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Sono passati, ahimé, già sei anni da quando mi capitò di
scrivere un ampio testo sull'attività pittorica di Sergio
Nardoni: attività che cercai di ripercorrere diacro-nicamente,
sulla base e sulla traccia di colloqui, di notizie, e
soprattutto di quei documenti decisivi e incontrovertibili che
sono le opere. Di tempo in tempo mi sono ancora incon-trato con
Sergio e con la sua pittura, e avrei voluto proporre un nuovo
commento adeguato al suo impegno artistico e agli sviluppi e
svolgimenti linguistici ed espres-sivi. Purtroppo me ne manca il
tempo, ma voglio lasciare lo stesso su questo catalogo una breve
testimonianza. Comin-ciando col dire che il carattere artistico
di Nardoni si è andato consoli-dando, mentre si mantengono
intatti i suoi entusiasmi e le sue fedi. Raramente ho incontrato
un uomo più di lui immerso nei problemi del fare, e convinto che
in essi e nelle implicazioni che comportano, possa e debba
esprimersi e imprimersi il senso e lo spirito morale.
Altrettanto raramente mi è stato dato di avvertire in un artista
una così autentica coscienza dell' altrodasé, o, in termini più
espliciti, una pari religione della solidarietà umana, in luogo
dell'egocentri-smo e dell'egolatria così frequenti in coloro che
debbono anzitutto poter affermare la propria persona, liberi da
ogni vincolo e rispetto. Tale ispirazione cristiana anima e
arricchisce la vita di Nardoni, per una parte aperto verso gli
altri, per un'altra attento a guardare in se stesso, a scavare
nella propria interiorità per riconoscervi temi e ragioni da
risolvere poi e significare sul piano creativo. Lo spazio dello
studio è diventato specie negli ultimi tempi il luogo deputato a
raccogliere ed esprimere quei contenuti. Nardoni lo guarda da
varie angolazioni, inqua-drando il pavimento e le pareti, le
tele con i loro telai, libri, rotoli di carta, compassi e
squadre e altri strumenti del mestiere, sedie, tavoli e vasi di
fiori. Agli sfumati morbidi, alle atmosfere vellutate di qualche
anno fa, si è venuta sostituendo una luce cristallina e intensa
che pone in risalto le forme e i dettagli, proietta ombre
allungate, esalta contorni, riflessi, trasparenze. Per questa
via che tanti artisti, dai metafisici agli iperrealisti hanno
frequentato, Nardoni intende liberare immagini pure, estraendo i
succhi dalla realtà quotidiana, perfino la più umile e banale,
con cui ha stretta consuetudine. I suoi interni sono ora
costruiti istituendo relazioni composi-tivamente più complesse
di quelle di un tempo, tra gli oggetti, le figure, i piani, che
danno luogo a una personalissima connotazione
prospet-tico-spaziale. La fotografia costituisce ancora un punto
di partenza irrinunciabile. Ma l'autore la considera un mèro
sussidio iniziale ed esterno, cui affida il compito di fissare
il primo nucleo genetico della visione. Un mezzo, dunque, già
intenzionato, anche se non rivelatore di quei valori che solo il
processo tecnico e formativo sarà capace di individuare e di
attuare. Non importa aggiungere che si riconosce nelle opere di
Nardoni quella perizia che costituisce la condizione necessaria
per fare questa pittura. Proprio perché ormai la possiede come
dotazione perfetta-mente acquisita, egli può giungere ad
exploits e virtuosismi senza esibirli, sempre riuscendo a
integrarli nei contesti. La mia "testimonianza" finisce qui. Ma
mi auguro di poter tornare in un futuro non remoto, ad occuparmi
del lavoro d'un amico con quale esistono molte radicate e
consistenti ragioni di consenso, e molte affinità. |