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Siamo in tre, su al suo studio di
Poggio alla Scaglia, dalle parti di
Pozzolatico: due stanzette dall'aria
un pò monastica in cima a quella che
un tempo doveva essere una torre
fortificata. Una sera di fine estate,
con la brezza notturna della campagna
che entra dalle finestre e con le
voci di
un capannello di gente, donne e
ragazzi, che giù, sul limitare dei
campi, chiaccherano seduti in circolo
alla luce di una lampada, godendo il
fresco della notte prima di andare a
dormire. Lui finisce di mostrare gli
ultimi ritratti, l'uno dopo l'altro,
ognuno accompagnato da qualche
precisazione: le difficoltà, le
diverse versioni, i disegni
preparatori. Tira fuori fotografie e
diapositive ("così te li ricordi
meglio..."), mette tutto in una busta
e poi azzarda: "per il titolo pensavo
a qualcosa come Amici in posa.Tu che
ne dici? E solo un'idea, si può
cambiare...". Perché mai? Amici in
posa va benissimo. Volendo, si
potrebbero ostituire gli Amici con il
numero: nove. Nove in posa. L'idea
della posa però è perfetta, non va
cambiata. E a ben guardare neanche
quella degli amici. No, niente
cambiamenti, va benissimo così com'è.
Amici in posa dunque. Perché poi, a
ripensarci, lui, Nardoni, ha sempre
dipinto Amici, e li ha sempre dipinti
in posa. Alle volte, come in questo
caso, amici in carne ed ossa,
riconoscibilissimi, con nome e
cognome. Altre volte, il più delle
volte, ha dipinto oggetti e luoghi e
intemi d'affezione. Amici e
riconoscibili anche quelli. E tutti
sempre in posa. Curioso che proprio
lui, che negli anni dell'Accademia (la
fine del '70) aveva fatto parte di un
drappello di "arrabbiati" intenti
tutti a riscrivere, un po' col gusto
della beffa e molto col gusto del
cinema, l'intera storia dell'arte,
nella storia dell'arte ci si sia
ritrovato immerso completamente.
Prigioniero felice delle seduzioni più
intriganti del fare pittura
tradizionale: tecnica e citazione.
Curioso, ma non inspiegabile. Storia
dell'arte e pittura, in quegli ultimi
anni di avanguardia concettuale e di
guerriglia semiologica, non erano
certo guardate di buon occhio.
Per un giovane poi, pratiche del
genere, se non riprovevoli, erano
certamente disdicevoli. Se proprio ci
si voleva avvicinare, alla pittura,
occorreva farlo tra mille cautele.
Neutralizzandone gli effetti
perniciosi con la ripresa filmata, o
riscrivendola sempli-cemente, ma in
chiave ironica. Arte come oltraggio
insomma, come beffa o come citazione:
non c'erano vie di scampo. Cessato
l'ostracismo e legittimata ogni
pratica, Nardoni ha per così dire,
potuto coronare il suo sogno, darsi
alla pittura senza reticenze, e
iniziare la serie di questi amici in
posa. Non di questi nove qua, è
chiaro, ma di tutti gli amici, di
tutti i luoghi e di tutti gli oggetti
amici. Le stanze rassicuranti dello
studio, con le finestre aperte e il
paesaggio fuori, i quadri voltati e
accostati alla parete, i fiori sul
tavolo che facevano tanto pittura
fiamminga alla Hugo Van Der Goes, le
tende gonfie di vento, il cavalletto e
la fuga dei mattoni rossi del
pavimento. E ancora i volti noti dei
familiari e degli amici, altri oggetti
e altri luoghi. Tutti tenuti assieme
in una pittura lenta e stratificata,
minuziosa e piana, rigorosa e cauta.
Una sorta di tealismo magico insomma,
ma anche il tentativo di ricostruire,
nel proprio~ studio e su quelle tele
il mondo attorno, l'universo
quotidiano, sempre indagato, sempre
riscoperto e sempre in posa, li pronto
a farsi ritrarre. Poi, ecco l'idea.
Gli amici, quelli in carne ed ossa, da
riunire in cinque dipinti. Amici che
dipingono e amici che scrivono, tutti
legati tra loro e con lui da rapporti
di consuetudine, di stima, di
collaborazione. Tutti disposti ad
essere ritratti e a finire poi in una
mostra di Amici in posa. Una novità.
Chi le fa più queste cose ormai? Il
ritratto come genere, se non ohsoleto,
un po' imbarazzante lo è di certo. Il
ritratto di amici poi, quasi non
esiste nemmeno. Niente paura: lui,
Nardoni, a sfidare convenzioni del
genere e ad apparire volutamente
demodé, ci si diverte un mondo. E un
po' il suo modo di provocare, ma anche
di reagire alle mode. Eccolo dunque
riunire gli amici, studiare pose e
costumi, e poi passare all'esecuzione.
Ed ecco anche i dipinti pronti. C'è
Rodolfo Meli, l'aria perennemente
distratta, che fuma e mostra un suo
quadro; Luigi Galligani che, essendo
uno scultore, mostra invece un po' di
teste e forme in pietra; Pier Carlo
Santini che, a ribadire anche lui la
propria attività, tiène in mostra, tra
le mani, uno spesso volume: un
catalogo d'arte con tutta probabilità.
C'è anche chi scrive, ritratto (non
chiedetegli perché) in costume da
Arlecchino e con in mano una piccola
piramide assai metafisica; e c e il
gruppo finale (o iniziale): Doni,
Falconi, Cacciarini e Meli di nuovo;
ma anche, dietro al cavalletto,
intento a dipingere, lui, Nardoni
stesso. Ognuno con gli strumenti del
proprio lavoro si diceva, quadri,
libri o sculture, ma tutti,
stranamente, nello studio suo, di
Nardoni: ognuno a sé stante ma tutti
rapportati a lui, a quel suo
cavalletto onnipresente, a quella
stanza di sempre, a quegli stessi
quadri contro il muro. Ne nasce una
sorta di gioco di specchi; uno scambio
multiplo, tra ritraente e ritratti.
Chi è il primo, e chi sono i secondi?
Perché se è lui che ritrae, come fa ad
essere ritratto al tempo stesso? E per
di più mentre ritrae gli altri? A meno
che non sia, non un ritratto, ma il
ritratto di un ritratto. E perché poi
tutti sono da lui ma come se fossero
ancora a casa loro, tra i loro oggetti
e i segni della loro professione? Un
caso di appropriazione forse, di
volti, temi, motivi e oggetti
altrui; riflessi tutti in un
solo occhio, il suo, di Nardoni,
che guarda e ritrae,
ma che è anche visto e
ritratto al tempo stesso.
Che mette in posa,
ma che è contemporaneamente, messo in
posa. Anche lui. C'è di che perdere la
testa. O meglio, di
che |