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Esiste un pragmatismo critico che trova la
sua ragione di esistere nell’adesione
all’opera come esperienza prodotta dall’uomo
e dalla storia. Se il quadro è il luogo dove
si svolge la costruzione del “dire”
attraverso forma e colore, può essere
considerata implicita l’affermazione che non
tutto quello che si svolge sopra la tela è
consapevole volontà di un linguaggio ma
sintesi tra volere e sentire. Claudio
Malacarne merita un’attenzione critica di
questo tipo, soprattutto perché la sua
opera, come è giusto che sia, non può
considerarsi svincolata dalla storia.
Termini come “vigore cromatico, intensità
pittorica ed altro” appartengono ad un
atteggiamento critico di superficie e non
aiutano lo spettatore nel viaggio che
passando per la storia dell’arte conduce
all’artista. Quando ai primi del
Novecento si sentì il bisogno di superare il
Post-impressionismo scivolato ormai dentro
un accademismo avvitato su se stesso, alcuni
artisti denominati “Fauve” recriminarono il
diritto ad esprimersi liberamente attraverso
il colore, evidenziando nella potenza
coloristica la chiave di volta di una
stagione nuova. Questa sorta di liberazione
dalle convenzioni pittoriche, di fatto in
linea con la volontà di scompaginare il
mondo dell’arte di quegli anni, ebbe come
risultato quella breve ed intensa stagione
pittorica destinata a segnare il percorso
della storia dell’arte. L’approdo poteva
essere qualunque cosa che avesse come regola
il sentire dell’artista. Essere autodidatti
o fini cultori dell’arte poteva avere alcuna
importanza, perché appunto il sentire è
patrimonio dell’uomo e non di una casta.
Nell’opera di Malacarne si sente l’eco di
quegli anni, si avverte tutta la
spregiudicata sapienza del pittore che
dialoga con i contrasti cromatici, in primo
luogo contrasti di caldo e freddo, di
complementarietà e di colori puri. Il
sintetismo di Gaugain si risveglia a tratti
dentro quell’idea di Simbolismo nuovo che
Malacarne sapientemente lascia trasparire
nella sua pennellata ampia che ridona al
colore quel valore simbolico strutturale
taciuto per troppi anni. Il colore che
prende a pretesto il soggetto, di fatto
padroneggia diventando festa cromatica.
D’altra parte è risaputo che la forza
cromatica risiede nell’utilizzo di primari e
secondari. Il grande insegnamento che
abbiamo ricevuto dalle civiltà etniche ed
indigene è quello che ha mutato l’ordine
coloristico del primo Novecento e che
attraversando un secolo di storia ritroviamo
nella pittura di Claudio Malacarne. Questo
significa essenzialmente che l’arte è viva
nel suo dialogare con se stessa, è viva
perché alla realtà contrappone la propria e,
visto che il colore è una sensazione, la
disputa è tutta nella capacità di
suggestionare lo spettatore. Malacarne
dimostra di conoscere i termini della sfida
proponendo attraverso il suo linguaggio quel
sentire pittorico che pur avendo come punto
di partenza il valore oggettivo, si colloca
al di là dell’osservazione. L’artista, come
diceva Klee, torna ad essere il tronco
dell’albero che trae nutrimento dalla terra
per poi produrre il miracolo di rami e
foglie. E’ evidente quanto in Malacarne il
soggetto sia il pretesto e non l’opera.
Questa maturità pittorica in grado di
rovesciare la centralità dell’oggetto senza
fargli perdere i contenuti, è il giusto
valore alchemico che l’arte dovrebbe sempre
avere per mantenersi viva dentro il continuo
rapporto con l’uomo.
Fiorenzo
Mascagna |
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Olio su
tela 70x80

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Olio su
tela 30x40

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tela 30x40

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tela 120x100

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tela 30x40

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Olio su
tela 50x60 |
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