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"Pensiero Critico di Edda Tedeschi"

Parlando con un grande critico e perito d’arte egli un giorno mi disse che aveva studiato per anni la tecnica e che non capiva e non concepiva taluni pittori che si ritengono tali solo perché disegnano pochi tratti intellegibili o immettono nelle loro opere dei nuovi elementi. E mi faceva l’esempio di Picasso che prima ha dimostrato di saper dipingere, di conoscere la tecnica, il cromatismo e che poi ha potuto “permettersi” di approdare dopo il periodo blu e il periodo rosa, al cubismo e quindi di dipingere dei volti con pochi tratti o con un solo occhio; di Boccioni che ha avuto un “iter” tormentato dal figurativo inizialmente “fanciullesco” al futurismo, fino a diventarne il massimo esponente italiano. E così Paul Klee e così Cagli con le sue “carte” dove la tecnica è allo stato puro e così tanti altri “grandi” che rimarranno nei secoli. La tecnica deve essere quindi posta in primo piano? Se da un lato sono d’accordo con questa asserzione, dall’altro dissento perché Chagal, ad esempio, non ha mai posto la tecnica come fine precipuo, ma è innegabile che ogni opera è una vera opera d’arte. E di De Chirico cosa dire? I suoi cavalli estrinsecano una tecnica perfetta, ma a me sono più cari e sono sicuramente più preziosi i dipinti metafisici perché in quelle tele De Chirico ha voluto esprimere qualcosa che non é solo tecnica, ma è vera arte, anche se la tecnica è sempre una costante in De Chirico. Cosa si può desumere da ciò? Che la tecnica è più importante dell’inventiva, di nuove forme, di nuovi stili? Sicuramente no! A mio avviso un pittore deve saper dipingere un volto, una mano, un corpo anatomicamente perfetto, una casa, una piazza, una fontana architettonicamente perfetta, ma sempre attraverso la sua “ottica” trovando nuove forme e nuovi stili. Deve essere un “metafisico”, un “astratto”, un figurativo, deve rappresentare ciò che sente. La prima sensazione che si ha guardando le opere di Ezio Pannelli è che la tecnica è perfetta, il senso cromatico ci ricorda i pittori del Sei e Settecento, tanto che alcuni dipinti ad un primo distratto sguardo danno l’impressione di ammirare un quadro di “un grande” del XVII secolo. Ma è sufficiente un esame più attento per constatare una verità che per Ezio Farinelli è ineluttabile: la sua impronta personale che esclude la mistificazione o il “copiare pedisseguamente” un qualunque stile. Ezio Farinelli è un artista che ha saputo personalizzare ogni sua opera e lo conferma con i suoi ritratti che ricordano, per la bellezza e la dolcezza dei volti, quelli dei grandi ritrattisti, ma che hanno sullo sfondo una “materia” che si confonde con la chioma fluente; con i suoi cavalli con il cavaliere che altro non sono che un “atto di scultura” rappresentato sulla tela e che sono frutto di un accurato e tecnico accorgimento per rappresentare pittoricamente ciò che potrebbe essere una scultura in metallo plasmata da “abili ed ispirate mani”. Ezio Farinelli è un pittore figurativo, dal realismo irreale. L’artista, veramente degno di nota, ha saputo essere un’artista figurativo e nello stesso tempo metafisico che “rincorre” le idee, che “cerca” nuovi stili e tecniche per essere se stesso, per estrinsecare ciò che Sente. Infatti i volti dolcissimi delle sue donne, che ricordano i quadri di Annigoni, hanno in primo piano delle strutture metalliche che sono del Duemila, così come le “vele” sono di stile sicuramente “realista” anche se in talune appare un elemento floreale che dà una sensazione vitale e una dominante cromatica, che si potrebbe  definire  figurativa. E

così le piazze di Roma viste in lontananza e con i contorni sfocati dove in primo piano è preminente la struttura metallica, la struttura del Duemila. Una conferma se ne ha da ciò che ha asserito Ezio Pannelli: “Ho cercato di fondere il passato con il presente, personalizzando le mie opere e cercando di creare ciò che io definisco il “post-futurismo”.

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