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Antonino Cammarata già nei primi degli anni Ottanta, in occasione di una
sua mostra a Siracusa, è stato oggetto di una mia critica
positiva perchè notavo nei suoi quadri una particolare cura
nell'osservazione e nella riproposizione pittorica degli
angoli più suggestivi del territorio siciliano, del territorio
megarese soprattutto. Qui, infatti, egli è nato nel 1962 e qui
ha scelto di vivere, determinato ad esercitare l'arte come
professione, come unica sorgente di guadagno ( il che è raro),
fin dalla giovinezza, appena dopo qualche anno di frequenza
presso l'Istituto d'arte di Siracusa. Lì studiò oreficeria e
non pittura, perchè ritenne che, essendo già dotato da natura
di buone qualità pittoriche, non gli serviva seguire gli studi
della pittura cominciando dai primi elementi come si fa a
scuola. Il suo docente preferito fu lo scultore Giovanni
Migliara, che ne seppe capire il talento e lo apprezzò molto,
incorag-giandolo a conti-nuare in quella espressione d'arte
che gli era più congeniale. E proprio il prof. Giovanni
Migliara ha voluto essere presente alla mostra personale che
Cammarata ha fatto nella Nuova Galleria Roma, di via
Maestranza, dove in questi giorni ha esposto con il solito
lusinghiero successo. Se la sua tematica pittorica è rimasta
focalizzata nel paesaggio, direi che molto cambiata e più
approfondita è la visione che oggi egli ha degli stessi
paesaggi, visione che rivela la sua più matura padronanza
tecnica da un canto, dall'altro la maggiore sensibilità
nell'armonia cromatica della sua tavolozza e la più vibrante
luminazione degli scenari ora marini ora campestri. Allora
nella sua pittura si notava un'evidente adesione ai mezzi
toni, alla descrizione di un'atmosfera pregna di grigi
malinconici, probabile riferimento o alla frequenza e del
clima dello studio del maestro Tomaselli o allo stato d' animo
di chi osservava il degrado che l'industrializzazione aveva
apportato all'incanto naturale della sua Sicilia, del suo
paese. Oggi, a distanza di circa un quarto di secolo, noto
che, da artista maturo, Antonino Cammarata, si impone per
luminosità, armonia cromatica, impostazione prospetica e
linea. Oggi egli vede gli stessi paesaggi con lo stato d'animo
di chi sogna com'erano prima dell'industrializzazione o come
desidererebbe che fossero. La luminosità, ottenuta con la
sostituzione dei grigi che prima usava con l'uso calibrato
delle ocre gialle, lo rende più verace interprete del
paesaggio siciliano, caratterizzato dall'intensità solare
palpitante delle sue campagne, delle sue colline, viste di
preferenza nella stagione primaverile, così ricca di
vegetazione, o del suo mare che è il più azzurro ed invitante.
L'armonia cromatica rivela in lui un esperto alchimista degli
impasti coloristi più sorprendenti, capace di sfruttare tutte
le risorse della tavolozza con la distribuzione più calibrata,
l'accostamento più adeguato delle caratte-ristiche tonali, il
raccordo dei colori caldi e dee colori freddi, per riuscire ad
ottenere effetti non comuni. L'imposta-zione prospettica delle
varie campiture, negli accordi più adeguati di linea e di
tratto, è un'altra componente degli scenari paesaggistici di
Cammarata, che rende perfettamente individuabili gli angoli
suggestivi che ripropone con la sua pittura a chi quei luoghi
ha già visto dal vivo visitando l'entroterra o le sue coste
del suo paese o dell'isola, che propone, con lodevole
operazione di incremento turistico culturale a chi non ha
ancora avuto il privilegio di ammirarli, per invitarlo a
venire a conoscerli per rimanere estasiato, ben convinto che
bellezze naturali come quelle, poche ce ne sono altrove e che
la sua terra è veramente un paradiso terrestre: ecco anche il
motivo per cui egli sceglie di proporli all'osservatore e
all'eventuale visitatore nel pieno rigoglio della loro
vegetazione, con i suoi prati screziati delle più variopinte
erbe, delle miriadi di steli dal verde intenso al rosso sangue
dei papaveri, con i suoi carrubi ed i suoi ulivi adornati
fastosamente di foglie, anche se contorti e nodosi per il
lungo trascorrere degli anni, simbolo di longevità, di
robustezza, di energia e di salute, emblema di questa nostra
terra che resta sempre la più incantevole. Se Antonino
Cammarata non dipinge mai la figura umana, di un contadino che
ancora lavora in quella campagna, è perchè egli intende
raccontare con l'evidente sofferenza di quegli alberi secolari
l'attuale sofferenza della sua terra, della sua gente che non
trova più i mezzi da vivere in quell'ambiente ed è costretto a
trovare lavoro molto lontano. E allora la casetta solitaria,
affacciata sullo smeraldo liquido di quelle acque oggi non più
limpide come una volta, a causa dell'inquinamento marino
provocato dall'invasione industriale, assume un significato
particolare: di protesta e di monito, quasi a volere
rimproverare chi ne ha provocato il degrado, a volere invitare
a ritornare al passato, quando il poco bastava perchè si
riteneva che la cosa più importante, indispensabile, fosse il
calore della propria terra, della propria casa, convinti che
non di solo pane vive l'uomo, sopratutto se guadagnato
rinunziando alla salute e alla gioia di vivere nel proprio
ambiente naturale. Egli, del resto, potremmo dire che
antropomorfizzi virtual-mente ulivi e carrubi per uno scopo
precipuo: ritrae quell'ulivo marcandogli i lineamenti contorti
e nodosi, proprio come se fosse uno dei tanti vecchi rimasti
soli, carichi di ricordi e di malinconia; il rigoglio delle
verdi erbe è posto dall'artista alquanto distante dall'ulivo
appunto a volerne sottolineare la solitudine, il distacco tra
la vecchia e la nuova generazione, così diverse tra loro. Se
ci soffermiamo, a tal proposito, sulle varie campiture,
notiamo che Cammarata ha cura e dimestichezza del problema
prospettico, riuscendo a ottenere buoni effetti di profondità,
anche se alquanto meno dopo quelle successive al caseggiato,
quando la distesa marina e soprattutto le zone di fondo nel
loro degradare appaiono sfumare in lontananza debolmente; ma
ciò che è da tenere nella dovuta considerazione è, come negli
altri suoi scenari paesaggistici, la distribuzione delle
tonalità cromatiche, l'armonia dei colori e della visione
d'assieme, che sanno conferire a ogni sua opera una solarità
meravigliosa che attrae la vista e appaga il gusto
dell'osservatore. La profondità del paesaggio che sfuma
gradualmente man mano che ci si allontana dalla costa là si
può notare meglio nel quadro che riproduce un lembo
paesaggistico della zona di Milazzo, reso con la scioltezza
della pennellata e con la dovuta attenzione alla giusta
prospettiva ed alla più adeguata luminosità, per cui dal fondo
spicca chiaramente l'isola di Vulcano. Anche la visione
dell'Etna che appare possente all'orizzonte è resa con caldi
effetti di luce vista alla distanza da una contrada di
Caltagirone, con la lussureggiante vegetazione che
contrad-distingue ogni campagna siciliana, in qualunque zona
di essa ci troviamo, anche quando l'artista dipinge un angolo
di costa, di spiaggia, dove, ovviamente, al carrubo o
all'ulivo sostituisce come protagonista una barca posta a
secco e, come il carrubo o l'ulivo, abbandonata, senza la
presenza dell'uomo.
Arturo
Messina |
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"Piccola
Baia"
Olio su tela 35x50

"Ginestre"
Olio su tela 60x70

"Fiori di Maggio"
Olio su tela 40x60

"Verso L'Estate"
Olio su tela 50x70

"Marina con faro"
Olio su tela 40x40

Paesaggio Sicuro
Olio su tela 35x50

Fiori sulla costa
Olio su tela 40x40

Ulivo Secolare
Olio su tela 60x70

Paesaggio Siciliano
Olio su tela 30x60

Carrubi a Campolato
Olio su tela 80x90

Casolari Tra i Fiori
Olio su tela 30x60

Baia del Silenzio
Olio su tela 40x50

Ginestre con faro
Olio su tela 100x80

Spiaggia con Barca
Olio su tela 80x90

Grande Carrubo
Olio su tela 80x100

Collina Fiorita
Olio su tela 50x70

Carrubo e Casolari
Olio su tela 50x100
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