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Dopo l’Arsenale e il
Padiglione Italia, il percorso all’interno della
“Biennale di Venezia” non è ancora terminato e dopo la
breve pausa culinaria al ristorante, mi aspettano la
visita ai Padiglioni Nazionali posti nell’immenso e
scenografico spazio dei Giardini di Castello. Spesso
sono le uniche vere e piacevoli sorprese
dell’esposizione, come qualche anno fa quando entrai nel
Padiglione Australiano e scoprì
con immensa gioia l’arte di questo |
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grande e giovane
continente, esponeva un gruppo di artiste donne, Emily
Kngwarreye, Yvonne Koolmatrie e Judy Watson, raccolte
entro il progetto espositivo “FLUEN T”. Tutte e tre le
artiste lavorano in maniera quasi artigianale e con i
materiali o con le forme della natura, intrecciando
vimini la Koolmatrie, rappresentando la natura
australiana anche se con forme arcaiche e quasi astratte
Judy Watson e la Kngwarreye. Anche in questa edizione la
prima tappa è stata quindi al Padiglione Australiano che
non ha deluso le mie aspettative con le stupende
sculture di Richy Swallow, di un realismo esasperato e
realizzate con materiali naturali come il legno e dalla
natura l’artista trae anche la sua ispirazione e entrano
nella sua sfera creativa i cactus, il grano, i pesci,
gli scheletri, in una esaltante e a tratti quasi
drammatica rappresentazione del quotidiano. Fra fiori e
aiole curate, sistemate per l’occasione e percorrendo
improbabili vialetti si accede a tutti gli altri
Padiglioni che rappresentano il meglio e il peggio o
comunque l’attualità dell’arte contemporanea
internazionale, dopo un lungo percorso e attraversando
un ponte che sovrasta un canale….siamo a Venezia….si
arriva al Padiglione Egiziano, collocato nell’ultima
parte dei Giardini, in quella artificiale realizzazione
di fine ottocento che si chiama isola di Sant’Elena,
l’ingresso anonimo del padiglione nasconde all’interno
“Migration” una grande barca in legno dell’artista Salah
Hammad, la barca è realizzata seguendo le antiche
tecniche di costruzione egiziane e trae spunto dalle
migrazioni e quindi dall’abbandono della propria terra e
delle proprie radici, l’impatto emotivo e veramente
impressionante. Vicino all’Egitto si trova il Padiglione
Austriaco, si stenta a riconoscerlo ricoperto come è
dall’intervento dell’artista Hans Schabus che non ha
realizzato la sua opera all’interno ma ha inglobato
nell’opera l’intero Padiglione. Schabus ha realizzato
una immensa montagna bianca, sembra quasi che un pezzo
delle Alpi che separano l’Italia dall’Austria sia stato
calato in laguna, una montagna dall’esterno
inaccessibile come una fortezza con un percorso interno
che permette di scoprirne i segreti attraverso ripide
scale in legno, salire fino alla vetta è come scalare
una vera montagna. Situato nella zona centrale in quella
dei padiglioni più prestigiosi e dall’architettura
marcatamente caratteristica, si trova il Padiglione
Francese, la struttura è in perfetto stile tardo impero,
con tanto di colonne e stucchi e all’interno si snoda un
percorso fra cuscini e trenini elettrici, fra oggetti di
riutilizzo e avanzate tecnologie creato dall’artista
Annette Messager che analizza a suo modo la vita
dell’uomo, partendo dalla nascita per arrivare alla
dipartita attraverso tre sale dense di significati
reconditi. Di fronte alla Francia si staglia nella sua
imponenza Bavarese il Padiglione Tedesco, forse il più
divertente dell’esposizione. Ci accolgono all’interno
“Work in progress” dell’artista Thomas Scheibitz e un
caloroso quanto rumoroso intervento di quello che sembra
il gruppo dei custodi che si esibiscono in una
performance in inglese recitando; questa è arte
contemporanea…si tratta invece del lavoro dell’artista
Tino Sehgal, da sempre impegnato nel movimento e nelle
parole, simpatico siparietto che colma le grandi lacune
artistiche della Germania che seppur ambiziosa nel
progetto, non riesce a convincere appieno nello spazio.
Leggermente spostato dagli altri troviamo il Padiglione
Coreano, la struttura è meravigliosamente moderna e
funzionale e i lavori proposti sono degni di nota, a dir
poco eccezionali sono le opere di ispirazione naturale
di Sungshic Moon, olii
su tela di |







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grandi dimensioni che
riproducono paesaggi immaginari o reali ma di forte
impatto e realizzati con impareggiabile tecnica, molto
interessante è anche il lavoro super pubblicizzato
di Choi Jeong-Hwa, un grande fiore in plastica che si
gonfia e si sgonfia con l’aria compressa e grazie ad una
fotocellula, ad ogni passaggio di uno spettatore.
Lasciando l’oriente si può concludere la visita ai
giardini con il padiglione del paese più occidentale di
tutti, gli Stati Uniti d’America. Il Padiglione
all’esterno ci appare come una tipica architettura
neoclassica, simmetrica e delineata,
l’esposizione è
curata dalla Fondazione Solomon R. Guggenheim e propone
come artista Ed Ruscha che traendo ispirazione dalla
stessa architettura del padiglione ha realizzato dieci
tele, cinque a colori e cinque in bianco e nero che con
tutte le riserve verso il paese, meritano però di essere
viste. Lascio i Giardini di Castello con amarezza, sia
perché ho impiegato tre giorni per trovare qualcosa di
buono all’interno della Biennale, sia perché dovrò
aspettare altri due anni per poter vedere se il panorama
internazionale dell’arte modificherà o rimarrà sempre lo
stesso (speriamo che cambi). Siamo così giunti al mese
di novembre e vorrei ricordarvi che sono gli ultimi
giorni per poter vedere la Biennale prima che venga
archiviata (speriamo con le curatrici)….poi dicono che
Venezia in autunno sia bellissima. Sperando di non
avervi annoiato con le mie riflessioni, non mi resta che
augurare a tutti coloro che vorranno avventurarvisi….
BUONA BIENNALE !!!!! |