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Rubriche d'Arte
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Gerardo Pecci
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"Viaggio Nella
Critica D'Arte...
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Francesco Cairone
Ci Presenta:

"I Grandi Dell'Arte"

 
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"Biennale di Venezia - I Padiglioni Nazionali -" a cura di D. Sensi

Dopo l’Arsenale e il Padiglione Italia, il percorso all’interno della “Biennale di Venezia” non è ancora terminato e dopo la breve pausa culinaria al ristorante, mi aspettano la visita ai Padiglioni Nazionali posti nell’immenso e scenografico spazio dei Giardini di Castello. Spesso sono le uniche vere e piacevoli sorprese dell’esposizione, come qualche anno fa quando entrai nel  Padiglione   Australiano  e  scoprì  con  immensa  gioia l’arte di questo

grande e giovane continente, esponeva un gruppo di artiste donne, Emily Kngwarreye, Yvonne Koolmatrie e Judy Watson, raccolte entro il progetto espositivo “FLUEN T”. Tutte e tre le artiste lavorano in maniera quasi artigianale e con i materiali o con le forme della natura, intrecciando vimini la Koolmatrie, rappresentando la natura australiana anche se con forme arcaiche e quasi astratte Judy Watson e la Kngwarreye. Anche in questa edizione la prima tappa è stata quindi al Padiglione Australiano che non ha deluso le mie aspettative con le stupende sculture di Richy Swallow, di un realismo esasperato e realizzate con materiali naturali come il legno e dalla natura l’artista trae anche la sua ispirazione e entrano nella sua sfera creativa i cactus, il grano, i pesci, gli scheletri, in una esaltante e a tratti quasi drammatica rappresentazione del quotidiano. Fra fiori e aiole curate, sistemate per l’occasione e percorrendo improbabili vialetti si accede a tutti gli altri Padiglioni che rappresentano il meglio e il peggio o comunque l’attualità dell’arte contemporanea internazionale, dopo un lungo percorso e attraversando un ponte che sovrasta un canale….siamo a Venezia….si arriva al Padiglione Egiziano, collocato nell’ultima parte dei Giardini, in quella artificiale realizzazione di fine ottocento che si chiama isola di Sant’Elena, l’ingresso anonimo del padiglione nasconde all’interno “Migration” una grande barca in legno dell’artista Salah Hammad, la barca è realizzata seguendo le antiche tecniche di costruzione egiziane e trae spunto dalle migrazioni e quindi dall’abbandono della propria terra e delle proprie radici, l’impatto emotivo e veramente impressionante. Vicino all’Egitto si trova il Padiglione Austriaco, si stenta a riconoscerlo ricoperto come è dall’intervento dell’artista Hans Schabus che non ha realizzato la sua opera all’interno ma ha inglobato nell’opera l’intero Padiglione. Schabus ha realizzato una immensa montagna bianca, sembra quasi che un pezzo delle Alpi che separano l’Italia dall’Austria sia stato calato in laguna, una montagna dall’esterno inaccessibile come una fortezza con un percorso interno che permette di scoprirne i segreti attraverso ripide scale in legno, salire fino alla vetta è come scalare una vera montagna. Situato nella zona centrale in quella dei padiglioni più prestigiosi e dall’architettura marcatamente caratteristica, si trova il Padiglione Francese, la struttura è in perfetto stile tardo impero, con tanto di colonne e stucchi e all’interno si snoda un percorso fra cuscini e trenini elettrici, fra oggetti di riutilizzo e avanzate tecnologie creato dall’artista Annette Messager che analizza a suo modo la vita dell’uomo, partendo dalla nascita per arrivare alla dipartita attraverso tre sale dense di significati reconditi. Di fronte alla Francia si staglia nella sua imponenza Bavarese il Padiglione Tedesco, forse il più divertente dell’esposizione. Ci accolgono all’interno “Work in progress” dell’artista Thomas Scheibitz e un caloroso quanto rumoroso intervento di quello che sembra il gruppo dei custodi che si esibiscono in una performance in inglese recitando; questa è arte contemporanea…si tratta invece del lavoro dell’artista Tino Sehgal, da sempre impegnato nel movimento e nelle parole, simpatico siparietto che colma le grandi lacune artistiche della Germania che seppur ambiziosa nel progetto, non riesce a convincere appieno nello spazio. Leggermente spostato dagli altri troviamo il Padiglione Coreano, la struttura è meravigliosamente moderna e funzionale e i lavori proposti sono degni di nota, a dir poco eccezionali sono le opere di ispirazione naturale di   Sungshic   Moon,   olii   su tela di

grandi dimensioni che riproducono paesaggi immaginari o reali ma di forte impatto e realizzati con impareggiabile tecnica, molto interessante è anche il lavoro super  pubblicizzato di Choi Jeong-Hwa, un grande fiore in plastica che si gonfia e si sgonfia con l’aria compressa e grazie ad una fotocellula, ad ogni passaggio di uno spettatore. Lasciando l’oriente si può concludere la visita ai giardini con il padiglione del paese più occidentale di tutti, gli Stati Uniti d’America. Il Padiglione all’esterno ci appare come una tipica architettura neoclassica, simmetrica e  delineata,  l’esposizione è curata dalla Fondazione Solomon R. Guggenheim e propone come artista Ed Ruscha che traendo ispirazione dalla stessa architettura del padiglione ha realizzato dieci tele, cinque a colori e cinque in bianco e nero che con tutte le riserve verso il paese, meritano però di essere viste. Lascio i Giardini di Castello con amarezza, sia perché ho impiegato tre giorni per trovare qualcosa di buono all’interno della Biennale, sia perché dovrò aspettare altri due anni per poter vedere se il panorama internazionale dell’arte modificherà o rimarrà sempre lo stesso (speriamo che cambi). Siamo così giunti al mese di novembre e vorrei ricordarvi che sono gli ultimi giorni per poter vedere la Biennale prima che venga archiviata (speriamo con le curatrici)….poi dicono che Venezia in autunno sia bellissima. Sperando di non avervi annoiato con le mie riflessioni, non mi resta che augurare a tutti coloro che vorranno avventurarvisi…. BUONA BIENNALE !!!!!

 

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