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Rubriche d'Arte
dei Critici di
Tuttarteonine |
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Intervista ad Osvaldo Peruzzi;
l'ultimo "Maestro" del ‘900. |
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Questa è
l’ultima intervista fatta ad Osvaldo Peruzzi, non è mai
stata pubblicata in quanto la serbavo gelosamente,
essendo il frutto di ripetuti incontri con l’artista che
si sono succeduti per un intero anno. Potrebbe sembrare ripetitivo da parte mia, proporre un nuovo articolo sul Maestro
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Futurista, recentemente scomparso, ma mi sembra doveroso ancora una
volta, porre l’attenzione sull’artista e ancor più sull’uomo che con
infinita e costante abnegazione ha legato la sua lunga vita alla
italica avanguardia, ancor più in questo periodo denso
di numerose iniziative che hanno il
compito di
omaggiarne e ricordarne la figura fra cui, una splendida mostra
retrospettiva presso la Pinacoteca di Latina nel cui catalogo ho
avuto l’onore di scrivere e la scoperta di un carteggio con un
compagno di studi, Armando Silvestri, compreso fra il 1928 e
il 1938, che ha avvalorato l’ipotesi già da me tre anni fa
avanzata, che la formazione artistica di Peruzzi fosse legata
al Futurismo già prima della sua formale adesione al
movimento, il carteggio è infatti accompagnato da alcuni
interessanti disegni firmati e datati 1928, già di
ispirazione futurista. La mostra di |
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Latina è stata preceduta da una tavola rotonda a cui ha partecipato
anche il massimo storico italiano del Futurismo, Enrico Crispolti e una conferenza è stata organizzata a Livorno,
sua città natale, con interventi di Gino Agnese e
Massimo Duranti.
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Peruzzi lei è l' ultimo futurista?
Sicuramente
posso dire che non ho mai tradito i miei ideali, ho
aderito al Futurismo anche se non ufficialmente, fin dal
1927, quando conobbi alla Galleria Pesaro di Milano
Bruno Munari; la Pesaro era il tempio del Futurismo e
ogni anno vi si tenevano grandi collettive che
puntualmente visitavo, là conobbi anche Marinetti nel
1929 e con quell'incontro ebbe inizio ciò che io chiamo
la mia "Avventura Futurista". Dopo la morte di Marinetti
raccolsi la sua "eredità" e decisi nonostante tutto di
continuare la mia pittura da futurista....... sa che le
sue "ultime parole" furono “dovete portare avanti il
Futurismo".
Se non sbaglio lei a Milano stava
frequentando la facoltà di ingegneria...
Si, ero tornato
a Milano nel 1924 per gli studi di ingegneria; la mia
famiglia aveva fondato una vetreria a Livorno e io
completavo gli studi per assumerne un giorno la
direzione.
Perchè ha detto"ero tornato a Milano"?
Io sono nato a
Milano nel 1907, in Via Giulio Romano, tutti gli uomini
della mia famiglia, mio nonno, mio padre e i miei zii
lavoravano nella grande "Vetreria Boschi"come Maestri
Vetrai. Originari di Colle Val d'Elsa, patria del vetro
Toscano, nel 1908, decisero di lasciare Milano per
trasferirsi a Livorno dove avevano trovato una vetreria
inattiva da affittare e rimettere in marcia.
Le piaceva la vita a Milano?
Allora ero
giovanissimo, erano gli anni del cinema e a Milano si
aprivano continuamente nuove sale, sempre più grandi e
lussuose, si stava passando gradualmente dal muto al
sonoro e i film americani trionfavano. Nel 1927 la gente
faceva la fila per vedere Greta Garbo in "La carne e il
diavolo" di Clarence Brown e nel 1930, per Marlen
Dietrich in "L'angelo Azzurro" di Sternberg. Assieme
alla musica, specialmente il Jazz, il cinema sarà il
tema di molte mie pitture sia negli anni Trenta che
successivamente; Milano era una fonte inesauribile di
ispirazione, era la città più moderna e all'avanguardia
d' Italia e esercitava su tutti i futuristi un grande
fascino. Erano anni di grandi iniziative, la copertura
della cerchia dei navigli, per creare un anello stradale
più veloce e la creazione del complesso della città
degli studi che fra l'altro interessò anche il
Politecnico che là si trasferì. Ma Milano era anche
divertimento e svago; con altri studenti si andava in
piazza della Scala e si parlava di musica e di
orchestre, la domenica andavamo nei locali alla moda,
per ascoltare le migliori orchestre di Milano, il "Sempioncino"
il "Cova"e il "Toffoloni". Delle volte si andava pure al
"Continental" di Via Manzoni o al "Giardino Diana",
locale che aveva due orchestre, certo la vita a Milano
era bella, ma avevo nel cuore Livorno.
Quando espose per la prima volta i suoi
lavori?
Il 13 Novembre
1931; ero entusiasta dei miei lavori, esposi 13 opere su
carta, si trattava di pastelli realizzati durante le
vacanze estive a Livorno e sulla montagna pistoiese, non
erano molte ma era un inizio.
In quale galleria? la Pesaro?
Non esposi in
una galleria e figuriamoci poi se la Pesaro poteva
interessarsi a me, là esponevano i grandi, Marinetti,
Dottori, Munari, non certo gli ultimi arrivati. Avevo
provato a propormi ad alcune gallerie minori, ma senza
successo, il Futurismo era ancora guardato con sospetto,
stavo per arrendermi, quando i miei compagni di corso
trovarono una soluzione: avrei esposto in un bar.
Espose davvero in un bar?
Certamente!
Erano tempi duri quelli per noi giovani pittori
d'avanguardia; esposi in una saletta del "Bar Taveggia"
in Corso Buenos Aires 3, fu un successo, riuscii anche a
vendere alcuni lavori.
Che cosa raffiguravano i Pastelli? Si può
già parlare di Futurismo in quei primi lavori?
Certamente,
erano già di matrice futurista, certo la mia tecnica era
in continua evoluzione, ma era il Futurismo la mia fonte
primaria.
Alcuni pastelli erano erano di
ispirazione jazz; c'era un ritratto di Greta Garbo, dei
paesaggi e una aeropittura.
Successivamente
anche Marinetti vide i miei lavori, rimase colpito dalla
mia pittura e fu in quel momento che gli proposi la mia
adesione al Movimento, mi rispose entusiasta "Benvenuto"
e di seguito "Lavora! sono in preparazione cose molto
importanti". Mi lasciò dicendo di scrivergli a Roma,
Piazza Adriana 30. Nell' estate del 1932 mi laureai,
tornai quindi a Livorno per cominciare il mio lavoro in
vetreria, ma dentro di me era esploso il Futurismo,
stavo per vivere un decennio di intensa attività, un
decennio indimenticabile.
Quindi conobbe Marinetti alla galleria
Pesaro nel 1929.....
Si, fu un
incontro esaltante, indimenticabile, di quelli che ti
segnano la vita e per me è stato fondamentale per tutto
il mio percorso artistico.
Mi
parli di Marinetti e del vostro rapporto.
Marinetti era
eccezionale, straordinario, quando lo conobbi era ormai
ultracinquantenne, sempre attorniato dai giovani,
pittori e non, aveva avuto una vita avventurosa e molto
intensa, di grandissima cultura era un parlatore
straordinario, un grande fascinatore. Ricordo che
dormiva pochissimo, lo chiamavano "Caffeina D'Europa”,
sempre in viaggio per stare in contatto con tutti i
futuristi, vestiva in maniera molto elegante anche se
demodè, portava la bombetta, un cappello, che già era
superato, ma che lui amava "è pratico per salutare e
molto utile in caso di colluttazioni...". Credo che
avesse molti amici influenti. Nel 1942 per festeggiare
dieci anni di attività artistica, avevo organizzato una
mostra, ma per il fatto che il paese era in guerra mi
vietarono di stampare il catalogo, a cui tra l'altro
aveva partecipato con uno scritto introduttivo lo stesso
Marinetti. Mi rivolsi a lui, due giorni dopo la questura
mi comunicò che la stampa era stata approvata. La mostra
però non si tenne, ero stato richiamato alle armi e
trasferito a Firenze. Il nostro fu un rapporto di
amicizia oltre che di "Lavoro", sempre basato sul
rispetto e sulla stima reciproca. Quando veniva a
Livorno, passavamo ore nel mio studio, si parlava di
arte, mi dava consigli, spesso ci faceva compagnia anche
il pittore Nencioli.
Fu
Marinetti a volermi alla Biennale Veneziana del 1934; i
futuristi dopo lo scandalo sollevato nel 1924, avevano
uno spazio, che veniva curato personalmente da Marinetti.
Partecipai con Aeroarmonie, dipinto ad olio, su
consiglio di Fillia, assieme a Dottori, Prampolini e
allo stesso Fillia. Marinetti alloggiava al Danieli e
per la Vernice esisteva un rito che si ripeteva tutte le
edizioni; noi futuristi andavamo in gruppo in albergo a
prelevarlo e tutti assieme salivamo ai "Giardini" sede
della Biennale.
Se non sbaglio ci fu un intenso scambio
epistolare fra lei e Marinetti in quegli anni...
Marinetti
desiderava restare sempre in contatto con tutti noi
futuristi, dispensava consigli, ci teneva informati su
tutto quello che riguardava il Movimento, si interessava
al nostro lavoro, continuammo a scriverci fino al 1942,
quando come volontario, era partito per il fronte russo,
anche se durante il periodo bellico si trattava solo di
cartoline, quasi sempre di saluti. Appresi della
sua morte in America, dove ero stato deportato dopo la
mia cattura ad Hammamet; il N. Y. Times riportava una
notizia di agenzia, Filippo Tommaso Marinetti " Futurist
Leader" era morto a Bellagio per collasso cardiaco.
Rimase in contatto con altri futuristi?
Con
tutti, eravamo un gruppo molto unito ma in particolar
modo oltre che con Marinetti, con Fillia ci furono
collaborazioni negli anni, divenni suo corrispondente da
Livorno, per le riviste da lui dirette; "La Città
Nuova" e "Stile Futurista", ci fu tra noi un attivo
scambio epistolare, concluso solo con la sua morte, nel
1936 per tubercolosi.
La nostra
amicizia era cominciata a La Spezia, nel 1933, in
occasione del "1° Premio Naz. Golfo della Spezia"
organizzato dai futuristi e presieduto, tra l'altro, da
Casorati, Marinetti e Maraini. Gli artisti presenti
erano un centinaio e su tutti prevalse un trittico di
Dottori. Furono giornate meravigliose, si visitavano i
paesaggi del golfo assieme a Marinetti, Fillia e
Righetti, si navigava verso Portovenere e le Cinque
Terre e si mangiava la zuppa di pesce nelle trattorie.
Io esposi una Aerovisione del Golfo che andò poi
in mostra anche a Livorno e a Nizza. Dopo la guerra
instaurai una bella amicizia con Dottori a cui scrivevo
spesso e anche con Bruschetti e poi con tutta la nuova
generazione futurista, con Crali e con Delle Site.
Conserva ancora le lettere di Marinetti e
di Fillia?
Gran parte del
materiale riguardante quegli anni è purtroppo andato
distrutto durante la guerra; resta ancora qualcosa, che
mia moglie riuscì a salvare dopo che il mio studio venne
bombardato. Si trova al momento presso la Fondazione
"Primo Conti" di Fiesole, alla quale ho donato la quasi
totalità del
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mio archivio
personale.
Mi diceva
prima che gli anni Trenta e i primi Quaranta, furono
anni molto intensi.
Sicuramente,
intensi ed esaltanti, nel 1933 venni in contatto con il
gruppo futurista di Firenze, conobbi Marasco, Thayaht,
Marisa Mori e l'arch. Poggi; ci fu una mostra a Palazzo
Ferroni con interventi oratori di Marinetti e Fillia e
poi come sempre si andò tutti al "Giubbe Rosse",
nell'attuale piazza Repubblica. Il Futurismo a Firenze
era molto attivo, mentre a Livorno ero l'unico futurista
dopo che Virgilio Marchi si era trasferito a Roma.
Iniziarono poi le grandi mostre; alla galleria Pesaro di
Milano, per "L'omaggio a Boccioni", seguì poi il "1°
Premio Naz. Golfo della Spezia", la
mostra a Nizza, le mie partecipazioni alla Biennale del 1934
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e a quelle
successive del 1936, del 1938, del 1940 e del 1942,
partecipai poi alle Quadriennali di Roma del 1935, del
1939 e del 1943. Le mostre in quel periodo erano
essenziali, il Movimento doveva farsi accettare, molti
critici erano ancora restii a darci il valore che
meritavamo.
Arrivò poi
l'esposizione di Parigi, "Paris Expo", a cui partecipai
con "Volo sui Grattacieli", aereopittura ispirata alla
trasvolata di Balbo, era il 1937.
Ho letto che la mostra di Nizza del
1934, ha una storia particolare.
Particolare e
intricata certo; dopo la mostra futurista di Livorno del
1933, le opere di 15 artisti, circa 50, furono inviate
in mostra a Nizza presso L'Hotel Negresco, dove
Marinetti tenne anche una conferenza, da là si
spostarono, per essere esposte anche a Lione. Al momento
di far rientrare le opere in Italia non c' erano i soldi
sufficienti al viaggio e le tele rimasero in un
magazzino per 50 anni. Vennero riscoperte nel 1984,
andarono tutte all'asta in una sola sera, comprese le
tele dipinte da me, Aerovisione
del Golfo, Pugilatore e Greta Garbo.
La Guerra
in un certo senso concluse questa nuova avventura
futurista.
Purtroppo, nel 1940, venni richiamato
alle armi; nel 1941 venni trasferito a Firenze, in
attesa di partire per Tobruk, il mio reparto era stato
destinato alla sua difesa; nel 1942 anche Marinetti
partì volontario per il fronte russo, i nostri contatti
furono da allora soltanto cartoline militari.
Nell'Ottobre del 1942 ero a Derna in attesa di ordini;
stava infuriando la battaglia di El Alamein, che si
rivelò poi una irrimediabile sconfitta. Mi portai con il
mio reparto fino a Bengasi, ma la guerra era ormai
persa, la ritirata continuò per 7 mesi, tra El Agheila,
l' oasi di Zlitene, Leptis Magna, Gabes, Nabeul e infine
Hammamet dove il giorno 11 Maggio la Guardia Scozzese ci
fece prigionieri, eravamo circa 200 mila.
Continuò
a dipingere anche durante la prigionia e nonostante il
Movimento fosse allo sbando, la sua è pura passione!
La prigionia non era particolarmente dura, gli Scozzesi
ci passarono agli Americani e venimmo internati nel
Missouri, a Weingarten, in un campo appena costruito,
attrezzatissimo, che accoglieva 4000 prigionieri. Ero
rimasto colpito durante il viaggio dagli enormi
grattacieli di Manhattan, furono questi i primi soggetti
che ritrassi durante la prigionia. Dipingere mi aiutava
a vincere i ricordi, la solitudine, l'amarezza per la
lontananza dalla mia famiglia; la guerra fu poi una
grossa fonte di ispirazione per me, come poteva non
esserlo, ero pur sempre un futurista.
Rimpiange, o ha mai rimpianto quegli
anni?
Marinetti, ci
ripeteva sempre che eravamo un'èlite, nessuno comprava i
nostri lavori, ed eravamo ancora mal visti dalla
critica, eppure credevamo in ciò che facevamo. Amavamo
le nostre idee e lo seguivamo ciecamente in tutto ciò
che faceva; dal 1933 fino alla guerra furono anni
talmente frenetici che mi è impossibile dimenticare. Ho
rimpianto quel periodo soprattutto nell' immediato
dopoguerra, la morte di Marinetti ha significato un
arresto del Movimento, ma ho saputo continuare, non
tradire i miei ideali, andare avanti per la strada già
segnata.
Mi diceva che le "ultime parole" di
Marinetti furono: "Dovete portare avanti il Futurismo".
Appresi al mio ritorno in Italia che Marinetti, prima
della morte, aveva radunato a Venezia i futuristi
rimasti nel paese e che pronunciò quella frase in quella
particolare occasione.
Vane parole o testamento spirituale?
Marinetti non
credeva che il Futurismo fosse concluso e non voleva che
si concludesse con la sua morte. Pronunciò quella frase
in un paese in guerra, ad un gruppo esiguo di pittori,
impauriti dal futuro e dallo stesso presente. Marinetti
presagiva il lento declino del Futurismo, il suo fu l'
ultimo tentativo di salvare ciò per cui aveva tanto
"combattuto"e in cui credeva fermamente, un Movimento
artistico, riconosciuto poi come la più grande
avanguardia del "900.
Se non le
avessero riferito "l'invocazione" di Marinetti, avrebbe
continuato a dipingere comunque sotto il vessillo
futurista?
Credo di si, il Futurismo non è solo un
Movimento pittorico è un insieme di idee, uno stile di
vita, che non si può abbandonare solo perchè non va più
di moda; nel 1932 ero diventato futurista e lo sono
sempre rimasto. Nel dopoguerra fu molto difficile
continuare sulla strada iniziata da Marinetti, il
movimento venne tacciato di collusioni con il fascismo.
In realtà non divenne mai arte di stato e anzi fummo
sempre aperti alle innovazioni e alle ricerche, ma le
critiche furono molte e molto pesanti. Nonostante tutto
sono ancora qua e continuo per la mia strada da oltre
settanta anni.
Vedo nel
cavalletto che continua a dipingere....
Pochissimo,
quella tela è del gennaio 2000, non è il mio ultimo
lavoro ma la mia mano e la mia vista non sono più quelle
di una volta; dipingo solo perchè ancora sento che ho
delle cose da dire. La vita odierna è una continua
scoperta e per me è una inesauribile fonte di
ispirazione, il futuro che predicavamo; la velocità, lo
sbarco sulla luna sono oggi realtà e io sono qui a
raccoglierle e a tradurle come allora in immagini.
La mostra del 1998", di villa Mimbelli a
Livorno, ha fatto riscoprire Osvaldo Peruzzi, ma molti
critici ancora "glorificano" la sua produzione degli
anni Trenta e Quaranta e fanno passare in secondo piano
quella più recente.
La gratifica essere considerato l' ultimo
futurista?
Dal 1944 ad
oggi ho lavorato tantissimo, ho esposto molte volte in
molte città e in varie gallerie private e naturalmente a
molte mostre sui futuristi; certo, l' ombra del passato
resta sempre, il mio nome è legato al Futurismo e in
molte occasioni la mia produzione successiva agli anni
Quaranta desta minore interesse, credo però di aver dato
prova, negli anni, di essere in grado di "camminare
anche da solo". Credo che la mia produzione più
significativa sia quella degli anni Cinquanta e
Sessanta, d'altronde risale a quel momento la presa di
coscienza delle mie capacità, il Futurismo è stato per
me un punto di partenza, ero il più giovane ed ero
quello che ancora doveva maturare artisticamente. In
quanto al fatto che vengo indicato come "l' ultimo
futurista", non può che lusingarmi tale etichetta,
essendo poi una verità, a 94 anni sono l' ultimo
"superstite" del Movimento.
Si trovano pochi Peruzzi, sul mercato e
tutti recenti, per quale motivo?
Il mercato mi
interessa pochissimo, da anni dipingo solo per il
piacere di farlo e per quanto riguarda i quadri degli
anni Trenta e Quaranta, per me rappresentano un legame
con il passato, dei ricordi molto importanti e i ricordi
non si vendono.
Allora lei stesso ha idealizzato quel
periodo. .
Sono stati anni
bellissimi, indimenticabili, che hanno segnato tutta la
mia vita, sia di uomo, che di artista; le esperienze
fatte in quei dieci anni mi hanno fatto capire come e
quanto sia importante un'idea, nessuno comprava i nostri
lavori, la critica ci snobbava, eppure il Futurismo è
diventata la più importante avanguardia del 900".
Il mare, la guerra, la musica e sua
moglie Irma, sono alcuni dei temi più trattati nei suoi
lavori, dipinge solo ciò che ama o che la colpisce?
Nella vita di
un artista, ci sono esperienze e avvenimenti che si
ripercuotono anche e specialmente nelle sue opere, è
inevitabile che si rimanga affascinati dal mondo e che
si cerchi di rappresentarlo, il poeta in versi, il
compositore in musica, il pittore in immagini. Sono
livornese e amo il mare, ma amo anche la musica e il
cinema e mia moglie Irma è sempre stata molto importante
per me, una figura essenziale nella mia vita, che mi ha
sostenuto e aiutato pur rimanendo in disparte, per via
del suo carattere schivo e riservato. La guerra mi ha
segnato profondamente, sono stati anni tremendi, avevo
poche e rare notizie della mia famiglia e, nonostante la
prigionia non fosse particolarmente dura, ero in un
paese straniero, lontano dai miei cari, ignaro del mio
futuro. Nella Seconda Guerra Mondiale sono morte molte
persone innocenti, uomini uccisi dalla stupidità di
altri uomini; io mi ritengo fortunato, sono tornato e ho
ricostruitola mia vita accanto alla mia famiglia.
Una persona come lei, che ha tanto visto,
sentito, vissuto, cosa si aspetta ancora dal futuro?
Alla mia età,
mi aspetto una sola cosa, un giusto riconoscimento per
tutti quei pittori che hanno continuato il loro lavoro
seguendo le idee futuriste e che la critica ha invece
escluso dal Movimento, tacciandoli quasi di aver
"copiato" lo stile futurista, non sapendo o non volendo
credere che il Movimento non si è fermato nel 1918"o nel
1944" ma è continuato e continua ancora.
Cosa ne
pensa dell'Arte Contemporanea e dei giovani artisti di
oggi?
Tutto il bene
possibile. L'arte si è evoluta al pari della società, la
tela è divenuta superflua, le idee e la creatività sono
il futuro, non importa se dipinte o virtuali, basta che
vengano espresse sempre e comunque. L'unico neo, che
rovina questi giovani, è il mercato; spesso si lavora
per il denaro e per il successo effimero di una
personale in una grande galleria, seguendo le mode e
dimenticando che la prima regola di un artista è che ciò
che si crea deve avere un significato per noi stessi,
prima che per gli altri.
Vorrei concludere con una sua riflessione. .
In un convegno sul
Futurismo, risposi ai molti che asserivano la fine del
Movimento con una frase che oggi è molto conosciuta e
che mi rappresenta appieno: “Il Futurismo non morirà
finchè ci sarà almeno un futurista”. |
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