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Rubriche d'Arte
dei Critici di
Tuttarteonine

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Gerardo Pecci
Ci Presenta:

"Viaggio Nella
Critica D'Arte...
"

 

Francesco Cairone
Ci Presenta:

"I Grandi Dell'Arte"

 
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Intervista ad Osvaldo Peruzzi; l'ultimo "Maestro" del ‘900.

Questa è l’ultima intervista fatta ad Osvaldo Peruzzi, non è mai stata pubblicata in quanto la serbavo gelosamente, essendo il frutto di ripetuti incontri con l’artista che si sono succeduti per un intero anno. Potrebbe sembrare  ripetitivo  da  parte  mia, proporre  un  nuovo articolo  sul  Maestro

Futurista, recentemente scomparso, ma mi sembra doveroso ancora una volta, porre l’attenzione sull’artista e ancor più sull’uomo che con infinita e costante abnegazione ha legato la sua lunga vita alla italica avanguardia, ancor più in questo periodo   denso    di   numerose iniziative che  hanno  il  compito di omaggiarne e ricordarne la figura fra cui, una splendida mostra retrospettiva presso la Pinacoteca di Latina nel cui catalogo ho avuto l’onore di scrivere e la scoperta di un carteggio con un compagno di studi, Armando Silvestri, compreso fra il  1928 e il 1938,  che ha avvalorato l’ipotesi già da me tre anni fa avanzata, che la formazione artistica di Peruzzi  fosse legata al Futurismo già prima della sua formale adesione al movimento, il carteggio è infatti accompagnato da alcuni interessanti disegni firmati e datati 1928, già di ispirazione futurista. La mostra di

Latina è stata  preceduta da una tavola rotonda a cui ha partecipato anche il massimo storico italiano del Futurismo, Enrico Crispolti e una conferenza è stata organizzata a Livorno, sua città natale, con interventi di Gino Agnese e Massimo Duranti. 

 

Peruzzi lei è l' ultimo futurista?

Sicuramente posso dire che non ho mai tradito i miei ideali, ho aderito al Futurismo anche se non ufficialmente, fin dal 1927, quando conobbi alla Galleria Pesaro di Milano Bruno Munari; la Pesaro era il tempio del Futurismo e ogni anno vi si tenevano grandi collettive che puntualmente visitavo, là conobbi anche Marinetti nel 1929 e con quell'incontro ebbe inizio ciò che io chiamo la mia "Avventura Futurista". Dopo la morte di Marinetti raccolsi la sua "eredità" e decisi nonostante tutto di continuare la mia pittura da futurista....... sa che le sue "ultime parole" furono “dovete portare avanti il Futurismo".

Se non sbaglio lei a Milano stava frequentando la facoltà di ingegneria...

Si, ero tornato a Milano nel 1924 per gli studi di ingegneria; la mia famiglia aveva fondato una vetreria a Livorno e io completavo gli studi per assumerne un giorno la direzione.

Perchè ha detto"ero tornato a Milano"?

Io sono nato a Milano nel 1907, in Via Giulio Romano, tutti gli uomini della mia famiglia, mio nonno, mio padre e i miei zii lavoravano nella grande "Vetreria Boschi"come Maestri Vetrai. Originari di Colle Val d'Elsa, patria del vetro Toscano, nel 1908, decisero di lasciare Milano per trasferirsi a Livorno dove avevano trovato una vetreria inattiva da affittare e rimettere in marcia.

Le piaceva la vita a Milano?

Allora ero giovanissimo, erano gli anni del cinema e a Milano si aprivano continuamente nuove sale, sempre più grandi e lussuose, si stava passando gradualmente dal muto al sonoro e i film americani trionfavano. Nel 1927 la gente faceva la fila per vedere Greta Garbo in "La carne e il diavolo" di Clarence Brown e nel 1930, per Marlen Dietrich in "L'angelo Azzurro" di Sternberg. Assieme alla musica, specialmente il Jazz, il cinema sarà il tema di molte mie pitture sia negli anni Trenta che successivamente; Milano era una fonte inesauribile di ispirazione, era la città più moderna e all'avanguardia d' Italia e esercitava su tutti i futuristi un grande fascino. Erano anni di grandi iniziative, la copertura della cerchia dei navigli, per creare un anello stradale più veloce e la creazione del complesso della città degli studi che fra l'altro interessò anche il Politecnico che là si trasferì. Ma Milano era anche divertimento e svago; con altri studenti si andava in piazza della Scala e si parlava di musica e di orchestre, la domenica andavamo nei locali alla moda, per ascoltare le migliori orchestre di Milano, il "Sempioncino" il "Cova"e il "Toffoloni". Delle volte si andava pure al "Continental" di Via Manzoni o al "Giardino Diana", locale che aveva due orchestre, certo la vita a Milano era bella, ma avevo nel cuore Livorno.

Quando espose per la prima volta i suoi lavori?

Il 13 Novembre 1931; ero entusiasta dei miei lavori, esposi 13 opere su carta, si trattava di pastelli realizzati durante le vacanze estive a Livorno e sulla montagna pistoiese, non erano molte ma era un inizio.

In quale galleria? la Pesaro?

Non esposi in una galleria e figuriamoci poi se la Pesaro poteva interessarsi a me, là esponevano i grandi, Marinetti, Dottori, Munari, non certo gli ultimi arrivati. Avevo provato a propormi ad alcune gallerie minori, ma senza successo, il Futurismo era ancora guardato con sospetto, stavo per arrendermi, quando i miei compagni di corso trovarono una soluzione: avrei esposto in un bar. 

Espose davvero in un bar?

Certamente! Erano tempi duri quelli per noi giovani pittori d'avanguardia; esposi in una saletta del "Bar Taveggia" in Corso Buenos Aires 3, fu un successo, riuscii anche a vendere alcuni lavori.

Che cosa raffiguravano i Pastelli? Si può già parlare di Futurismo in quei primi lavori?

Certamente, erano già di matrice futurista, certo la mia tecnica era in continua evoluzione, ma era il Futurismo la mia fonte primaria. Alcuni pastelli erano erano di ispirazione jazz; c'era un ritratto di Greta Garbo, dei paesaggi e una aeropittura.  Successivamente anche Marinetti vide i miei lavori, rimase colpito dalla mia pittura e fu in quel momento che gli proposi la mia adesione al Movimento, mi rispose entusiasta "Benvenuto" e di seguito "Lavora! sono in preparazione cose molto importanti". Mi lasciò dicendo di scrivergli a Roma, Piazza Adriana 30. Nell' estate del 1932 mi laureai, tornai quindi a Livorno per cominciare il mio lavoro in vetreria, ma dentro di me era esploso il Futurismo, stavo per vivere un decennio di  intensa attività, un decennio indimenticabile.

Quindi conobbe Marinetti alla galleria Pesaro nel 1929.....

Si, fu un incontro esaltante, indimenticabile, di quelli che ti segnano la vita e per me è stato fondamentale per tutto il mio percorso artistico.

 Mi parli di Marinetti e del vostro rapporto.

Marinetti era eccezionale, straordinario, quando lo conobbi era ormai ultracinquantenne, sempre attorniato dai giovani, pittori e non, aveva avuto una vita avventurosa e molto intensa, di grandissima cultura era un parlatore straordinario, un grande fascinatore. Ricordo che dormiva pochissimo, lo chiamavano "Caffeina D'Europa”, sempre in viaggio per stare in contatto con tutti i futuristi, vestiva in maniera molto elegante anche se demodè, portava la bombetta, un cappello, che già era superato, ma che lui amava "è pratico per salutare e molto utile in caso di colluttazioni...". Credo che avesse molti amici influenti. Nel 1942 per festeggiare dieci anni di attività artistica, avevo organizzato una mostra, ma per il fatto che il paese era in guerra mi vietarono di stampare il catalogo, a cui tra l'altro aveva partecipato con uno scritto introduttivo lo stesso Marinetti. Mi rivolsi a lui, due giorni dopo la questura mi comunicò che la stampa era stata approvata. La mostra però non si tenne, ero stato richiamato alle armi e trasferito a Firenze. Il nostro fu un rapporto di amicizia oltre che di "Lavoro", sempre basato sul rispetto e sulla stima reciproca. Quando veniva a Livorno, passavamo ore nel mio studio, si parlava di arte, mi dava consigli, spesso ci faceva compagnia anche il pittore Nencioli. Fu Marinetti a volermi alla Biennale Veneziana del 1934; i futuristi dopo lo scandalo sollevato nel 1924, avevano uno spazio, che veniva curato personalmente da Marinetti. Partecipai con Aeroarmonie, dipinto ad olio, su consiglio di Fillia, assieme a Dottori, Prampolini e allo stesso Fillia. Marinetti alloggiava al Danieli e per la Vernice esisteva un rito che si ripeteva tutte le edizioni; noi futuristi andavamo in gruppo in albergo a prelevarlo e tutti assieme salivamo ai "Giardini" sede della Biennale.

Se non sbaglio ci fu un intenso scambio epistolare fra lei e Marinetti in quegli anni...

Marinetti desiderava restare sempre in contatto con tutti noi futuristi, dispensava consigli, ci teneva informati su tutto quello che riguardava il Movimento, si interessava al nostro lavoro, continuammo a scriverci fino al 1942, quando come volontario, era partito per il fronte russo, anche se durante il periodo bellico si trattava solo di cartoline, quasi sempre di saluti.  Appresi della sua morte in America, dove ero stato deportato dopo la mia cattura ad  Hammamet; il N. Y. Times riportava una notizia di agenzia, Filippo Tommaso Marinetti " Futurist Leader" era morto a Bellagio per collasso cardiaco.

Rimase in contatto con altri futuristi?

Con tutti, eravamo un gruppo molto unito ma in particolar modo oltre che con Marinetti, con Fillia ci furono collaborazioni negli anni, divenni suo corrispondente da Livorno, per le riviste da lui dirette;  "La Città Nuova" e "Stile Futurista", ci fu tra noi un attivo scambio epistolare, concluso solo con la sua morte, nel 1936 per tubercolosi. La nostra amicizia era cominciata a La Spezia, nel 1933, in occasione del "1° Premio Naz. Golfo della Spezia" organizzato dai futuristi e presieduto, tra l'altro, da Casorati, Marinetti e Maraini. Gli artisti presenti erano un centinaio e su tutti prevalse un trittico di Dottori. Furono giornate meravigliose, si visitavano i paesaggi del golfo assieme a Marinetti, Fillia e Righetti, si navigava verso Portovenere e le Cinque Terre e si mangiava la zuppa di pesce nelle trattorie. Io esposi una Aerovisione del Golfo che andò poi in mostra anche a Livorno e a Nizza. Dopo la guerra instaurai una bella amicizia con Dottori a cui scrivevo spesso e anche con Bruschetti e poi con tutta la nuova generazione futurista, con Crali e con Delle Site.

Conserva ancora le lettere di Marinetti e di Fillia?

Gran parte del materiale riguardante quegli anni è purtroppo andato distrutto durante la guerra; resta ancora qualcosa, che mia moglie riuscì a salvare dopo che il mio studio venne bombardato. Si trova al momento presso la Fondazione "Primo Conti" di Fiesole, alla quale ho donato la quasi totalità del

mio archivio personale. Mi diceva prima che gli anni Trenta e i primi Quaranta, furono anni molto intensi. Sicuramente, intensi ed esaltanti, nel 1933 venni in contatto con il gruppo futurista di Firenze, conobbi Marasco, Thayaht, Marisa Mori e l'arch. Poggi; ci fu una mostra a Palazzo Ferroni con interventi oratori di Marinetti e Fillia e poi come sempre si andò tutti al "Giubbe Rosse", nell'attuale piazza Repubblica. Il Futurismo a Firenze era molto attivo, mentre a Livorno ero l'unico futurista dopo che Virgilio Marchi si era trasferito a Roma. Iniziarono poi le grandi mostre; alla galleria Pesaro di Milano, per "L'omaggio a Boccioni", seguì poi il "1° Premio Naz. Golfo della Spezia", la mostra a Nizza, le mie partecipazioni alla Biennale del 1934

e a quelle successive del 1936, del 1938, del 1940 e del 1942, partecipai poi alle Quadriennali di Roma del 1935, del 1939 e del 1943. Le mostre in quel periodo erano essenziali, il Movimento doveva farsi accettare, molti critici erano ancora restii a darci il valore che meritavamo. Arrivò poi l'esposizione di Parigi, "Paris Expo", a cui partecipai con "Volo sui Grattacieli", aereopittura ispirata alla trasvolata di Balbo, era il 1937. 

Ho letto che la mostra di Nizza del 1934, ha una storia particolare.

Particolare e intricata certo; dopo la mostra futurista di Livorno del 1933, le opere di 15 artisti, circa 50, furono inviate in mostra a Nizza presso L'Hotel Negresco, dove Marinetti tenne anche una conferenza, da là si spostarono, per essere esposte anche a Lione. Al momento di far rientrare le opere in Italia non c' erano i soldi sufficienti al viaggio e le tele rimasero in un magazzino per 50 anni. Vennero riscoperte nel 1984, andarono tutte all'asta in una sola sera, comprese le tele dipinte da me, Aerovisione del Golfo, Pugilatore e Greta Garbo. La Guerra in un certo senso concluse questa nuova avventura futurista. Purtroppo, nel 1940, venni richiamato alle armi; nel 1941 venni trasferito a Firenze, in attesa di partire per Tobruk, il mio reparto era stato destinato alla sua difesa; nel 1942 anche Marinetti partì volontario per il fronte russo, i nostri contatti furono da allora soltanto cartoline militari. Nell'Ottobre del 1942 ero a Derna in attesa di ordini; stava infuriando la battaglia di El Alamein, che si rivelò poi una irrimediabile sconfitta. Mi portai con il mio reparto fino a Bengasi, ma la guerra era ormai persa, la ritirata continuò per 7 mesi, tra El Agheila, l' oasi di Zlitene, Leptis Magna, Gabes, Nabeul e infine Hammamet dove il giorno 11 Maggio la Guardia Scozzese ci fece prigionieri, eravamo circa 200 mila. Continuò a dipingere anche durante la prigionia e nonostante il Movimento fosse allo sbando, la sua è pura passione! La prigionia non era particolarmente dura, gli Scozzesi ci passarono agli Americani e venimmo internati nel Missouri, a Weingarten, in un campo appena costruito, attrezzatissimo, che accoglieva 4000 prigionieri. Ero rimasto colpito durante il viaggio dagli enormi grattacieli di Manhattan, furono questi i primi soggetti che ritrassi durante la prigionia. Dipingere mi aiutava a vincere i ricordi, la solitudine, l'amarezza per la lontananza dalla mia famiglia; la guerra fu poi una grossa fonte di ispirazione per me, come poteva non esserlo, ero pur sempre un futurista.  

Rimpiange, o ha mai rimpianto quegli anni?

Marinetti, ci ripeteva sempre che eravamo un'èlite, nessuno comprava i nostri lavori, ed eravamo ancora mal visti dalla critica, eppure credevamo in ciò che facevamo. Amavamo le nostre idee e lo seguivamo ciecamente in tutto ciò che faceva; dal 1933 fino alla guerra furono anni talmente frenetici che mi è impossibile dimenticare. Ho rimpianto quel periodo soprattutto nell' immediato dopoguerra, la morte di Marinetti ha significato un arresto del Movimento, ma ho saputo continuare, non tradire i miei ideali, andare avanti per la strada già segnata. Mi diceva che le "ultime parole" di Marinetti  furono: "Dovete portare avanti il Futurismo". Appresi al mio ritorno in Italia che Marinetti, prima della morte, aveva radunato a Venezia i futuristi rimasti nel paese e che pronunciò quella frase in quella particolare occasione.

Vane parole o testamento spirituale?

Marinetti non credeva che il Futurismo fosse concluso e non voleva che si concludesse con la sua morte. Pronunciò quella frase in un paese in guerra, ad un gruppo esiguo di pittori, impauriti dal futuro e dallo stesso presente. Marinetti presagiva il lento declino del Futurismo, il suo fu l' ultimo tentativo di salvare ciò per cui aveva tanto "combattuto"e in cui credeva fermamente, un Movimento artistico, riconosciuto poi come la più grande avanguardia del "900. Se non le avessero riferito "l'invocazione" di Marinetti, avrebbe continuato a dipingere comunque sotto il vessillo futurista? Credo di si, il Futurismo non è solo un Movimento pittorico è un insieme di idee, uno stile di vita, che non si può abbandonare solo perchè non va più di moda; nel 1932 ero diventato futurista e lo sono sempre rimasto. Nel dopoguerra fu molto difficile continuare sulla strada iniziata da Marinetti, il movimento venne tacciato di collusioni con il fascismo. In realtà non divenne mai arte di stato e anzi fummo sempre aperti alle innovazioni e alle ricerche, ma le critiche furono molte e molto pesanti. Nonostante tutto sono ancora qua e continuo per la mia strada da oltre settanta anni. Vedo nel cavalletto che continua a dipingere.... Pochissimo, quella tela è del gennaio 2000, non è il mio ultimo lavoro ma la mia mano e la mia vista non sono più quelle di una volta; dipingo solo perchè ancora sento che ho delle cose da dire. La vita odierna è una continua scoperta e per me è una inesauribile fonte di ispirazione, il futuro che predicavamo; la velocità, lo sbarco sulla luna sono oggi realtà e io sono qui a raccoglierle e a tradurle come allora in immagini.  La mostra del 1998", di villa Mimbelli a Livorno, ha fatto riscoprire Osvaldo Peruzzi, ma molti critici ancora "glorificano" la sua produzione degli anni Trenta e Quaranta e fanno passare in secondo piano quella più recente.

La gratifica essere considerato l' ultimo futurista?

Dal 1944 ad oggi ho lavorato tantissimo, ho esposto molte volte in molte città e in varie gallerie private e naturalmente a molte mostre sui futuristi; certo, l' ombra del passato resta sempre, il mio nome è legato al Futurismo e in molte occasioni la mia produzione successiva agli anni Quaranta desta minore interesse, credo però di aver dato prova, negli anni, di essere in grado di "camminare anche da solo". Credo che la mia produzione più significativa sia quella degli anni Cinquanta e Sessanta, d'altronde risale a quel momento la presa di coscienza delle mie capacità, il Futurismo è stato per me un punto di partenza, ero il più giovane ed ero quello che ancora doveva maturare artisticamente. In quanto al fatto che vengo indicato come "l' ultimo futurista", non può che lusingarmi tale etichetta, essendo poi una verità, a 94 anni sono l' ultimo "superstite" del Movimento.

Si trovano pochi Peruzzi, sul mercato e tutti recenti, per quale motivo?

Il mercato mi interessa pochissimo, da anni dipingo solo per il piacere di farlo e per quanto riguarda i quadri degli anni Trenta e Quaranta, per me rappresentano un legame con il passato, dei ricordi molto importanti e i ricordi non si vendono.

Allora lei stesso ha idealizzato quel periodo. .

Sono stati anni bellissimi, indimenticabili, che hanno segnato tutta la mia vita, sia di uomo, che di artista; le esperienze fatte in quei dieci anni mi hanno fatto capire come e quanto sia importante un'idea, nessuno comprava i nostri lavori, la critica ci snobbava, eppure il Futurismo è diventata la più importante avanguardia del 900".

Il mare, la guerra, la musica e sua moglie Irma, sono alcuni dei temi più trattati nei  suoi lavori, dipinge solo ciò che ama o che la colpisce?

Nella vita di un artista, ci sono esperienze e avvenimenti che si ripercuotono anche e specialmente nelle sue opere, è inevitabile che si rimanga affascinati dal mondo e che si cerchi di rappresentarlo, il poeta in versi, il compositore in musica, il pittore in immagini. Sono livornese e amo il mare, ma amo anche la musica e il cinema e mia moglie Irma è sempre stata molto importante per me, una figura essenziale nella mia vita, che mi ha sostenuto e aiutato pur rimanendo in disparte, per via del suo carattere schivo e riservato. La guerra mi ha segnato profondamente, sono stati anni tremendi, avevo poche e rare notizie della mia famiglia e, nonostante la prigionia non fosse particolarmente dura, ero in un paese straniero, lontano dai miei cari, ignaro del mio futuro. Nella Seconda Guerra Mondiale sono morte molte persone innocenti, uomini uccisi dalla stupidità di altri uomini; io mi ritengo fortunato, sono tornato e ho ricostruitola mia vita accanto alla mia famiglia.

Una persona come lei, che ha tanto visto, sentito, vissuto, cosa si aspetta ancora dal futuro?

Alla mia età, mi aspetto una sola cosa, un giusto riconoscimento per tutti quei pittori che hanno continuato il loro lavoro seguendo le idee futuriste e che la critica ha invece escluso dal Movimento, tacciandoli quasi di aver "copiato" lo stile futurista, non sapendo o non volendo credere che il Movimento non si è fermato nel 1918"o nel 1944" ma è continuato e continua ancora.

Cosa ne pensa dell'Arte Contemporanea e dei giovani artisti di oggi? 

Tutto il bene possibile. L'arte si è evoluta al pari della società, la tela è divenuta superflua, le idee e la creatività sono il futuro, non importa se dipinte o virtuali, basta che vengano espresse sempre e comunque. L'unico neo, che rovina questi giovani, è il mercato; spesso si lavora per il denaro e per il successo effimero di una personale in una grande galleria, seguendo le mode e dimenticando che la prima regola di un artista è che ciò che si crea deve avere un significato per noi stessi, prima che per gli altri.

Vorrei concludere con una sua riflessione. .  In un convegno sul Futurismo, risposi ai molti che asserivano la fine del Movimento con una frase che oggi è molto conosciuta e che mi rappresenta appieno: “Il Futurismo non morirà finchè ci sarà almeno un futurista”.

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