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Le origini della Famiglia Bellelli

Degas, ebbe contatti frequenti e affettuosi con gli zii Bellelli. In  particolare con Gennaro Bellelli, Enrichetta Dembowska Bellelli, e gli  altri Bellelli residenti a Capaccio- Paestum. Gaetano Bellelli il capostipite, nato a Capaccio, in provincia di Salerno,  il 4 dicembre 1780, durante il decennio francese , occupò l'importante  carica di Colonnello della Legione provinciale di Salerno,  per meriti  speciali " fu fregiato da Gioacchino Murat del titolo di Barone attaccato al godimento maiorasco, con decreto del 24 dicembre 1811. Fu anche insignito della commenda dell'ordine delle due Sicilie il 28 giugno del  1813" ( Raimondi ) Successivamente dopo Murat, partecipò attivamente in veste di carbonaro  alla rivoluzione del 1820 e divenne capo del "Governo Provvisorio" a  Salerno. Dopo gli austriaci venuti a sopprimere ogni libertà politica, si ritirò a  vita privata , non venendo mai importunato dalla polizia borbonica;  protetto forse dall'influente parentela dells moglie. Infatti Gaetano si era  sposato il 20 novembre 1802 con Francesca Saveria dei marchesi Maresca di  Cesa, il cui padre - Francesco Saverio - era cugino del Duca di  Serracapriola, - Antonino Maresca -rappresentante di re Ferdinando IV al congresso di Vienna nel 1815. Dal matrimonio di Gaetano con Francesca Saveria nacquero otto figli, cinque maschi e tre femmine; Raffaele, " Gentiluomo di camera d'entrata" della Corte del Regno delle due Sicilie. Pasquale e Giovanni anch'essi fedelissimi ai Borboni, Gennaro, reazionario - antiborbonico, sposato con Laura Degas ( di cui  tratterò in seguito) Federico, Tenente di artiglieria ( aveva studiato alla"Nunziatella" a  Napoli,  con molto profitto.) Delle tre sorelle Bellelli , Carolina sposa Annibale Vulcano Marchese di  Maraffa. Una loro figlia sposò il principe russo Golgoruki la cui sorella   "Maria era la moglie morganatica dello zar Alessandro II". ( M.Paléologue,  Le Roman tragique de l'Empereur Alexandre II, Paris, Plon ) Maria Luisa Bellelli, sposò Francesco Nunziante Capitano di Fanteria a  Napoli, nel 1848, fedele borbonico. Enrichetta Bellelli, sposò il barone Ercole Dembowski, astronomo, direttore  della Specola di Milano figlio di un generale polacco fuggito dalla Polonia  dopo lo smembramento tra Austria Prussia e Russia . Il Generale polacco   aveva fondato " la legione polacca"  asservita al governo napoleonico,  durante la repubblica Cispadana e Transpadana, alla fine del 1796. La sorella di Dembowski fu la famosa Matilde amica di Stendhal. " I Dembowski furono propagandisti in Italia della Massoneria, della quale   non secondario rappresentante era anche il console di Francia a Roma,  Monsieur Henry Beile " ( Stendhal) " L'ambiente familiare nel quale crebbe e fu educato Gennaro Bellelli, fu,  dunque, ambiente socialmente alto e agiato; ma se dal lato materno si era ligi al Governo e a Casa reale, dal lato paterno vi era tutta una forte  tradizione murattista, rivoluzionaria e settaria" ( Raimondi) I Bellelli di cui scrivo, ebbero legami stretti con il pittore Degas che   raggiunse Paestum, una delle tappe del suo Grand Tour Italiano...(continua)

Rosa Spinillo

Gennaro Bellelli:
Protagonista insieme alla
moglie Laura del quadro "La famiglia Bellelli"

.:: Dati anagrafici ::.

Data di nascita: 09/18/1812
Luogo di nascita: Napoli
Data del decesso: 21/05/1864
Luogo di decesso: Napoli
Padre: Gaetano, barone

Nobile al momento della nomina: Si
Nobile ereditario: Si
Titoli nobiliari: Barone
Coniuge: Degas Laura
Figli: Giovanna, Giulia
Professione: Funzionario amministrativo
Carriera: Direttore generale delle poste, dei telegrafi e delle strade ferrate nelle  province meridionali dal settembre 1860 fino al 19 marzo 1861
Cariche politico - amministrative: Membro della Camera dei deputati (Napoli) dal 1848 al 1849

.:: Nomina a senatore ::.

Nomina: 01/20/1861
Categoria: 21


Relatore: Luigi Cibrario
Convalida: 05/04/1861
Giuramento: 05/04/1861

Onorificenze: Commendatore dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro dal 19 marzo 1861
.:: Senato del Regno ::.

Cariche:
Segretario dal 25 maggio
1863 al 21 maggio 1864

 

 

Onorevoli Colleghi, M'incombe il triste ufficio di dover annunziare al Senato la morte del  Senatore barone commendatore Gennaro Bellelli, trapassato in Napoli il 21  dello scorso maggio. Devoto alle idee liberali, il barone Bellelli sostenne per esse la  persecuzione e la prigionia, né venne meno la sua fede nell'avvenimento di una politica che assicurasse il risorgimento italiano. Deputato di Salerno nel Parlamento napoletano del 1848, esule quindi dalla  sua patria per ben dieci anni, vide infine spuntare i giorni da lui desiderati. Destinato da prima alla carica di Direttore generale delle poste, dei telegrafi e delle strade ferrate nelle provincie meridionali, ottenne  nell'esercizio di quella l'ambita approvazione de' suoi concittadini.  Soppresso poi tale ufficio, venne chiamato a sedere in questo Consesso, e vi fu la sua presenza gradita così, che il Senato gli volle dare una  testimonianza della sua fiducia eleggendolo ad uno dei posti di Segretario.  La malattia che doveva condurlo alla tomba, lo tenne lunga pezza lontano da noi, ma la sua memoria rimarrà riverita tra quelli che furono in grado di apprezzarne le distinti qualità dell'animo, le estese cognizioni, la facile penna e l'animoso patriottismo. Senato del Regno, Atti parlamentari, Discussioni, 6 giugno 1864.

Albero genealogico della famiglia Bellelli


I Personaggi ritratti in queste foto sono tutti dei Bellelli, è però sconosciuto il loro nome di battesimo. Costoro ebbero in qualche modo, a che fare con il pittore Degas. Se qualcuno può dare notizia sull'identità di questi personaggi, lo può fare attraverso questo sito, scrivendo a:

rosaspinillo@hotmail.com

 


   

   

I Personaggi ritratti in queste foto sono tutti dei Bellelli, è però sconosciuto il loro nome di battesimo. Costoro ebbero in qualche modo, a che fare con il pittore Degas. Se qualcuno può dare notizia sull'identità di questi personaggi, lo può fare attraverso questo sito, scrivendo a:

rosaspinillo@hotmail.com

 

 

"La Famiglia Bellelli" 
Olio su tela 200x250 cm, Museo D'Orsày, Parigi

In tempi recentissimi diverse mostre e pubblicazioni hanno trattato numerosi aspetti di quell’ argomento complesso e articolato che è il rapporto tra l’arte francese e italiana sul finire del diciannovesimo secolo. Degas è stato indubbiamente uno dei maestri più innovatori e originali dell’Ottocento e anche uno dei più indagati. La famiglia di Degas aveva radici per parte di madre nella lontana America, a New Orleans, e per parte di padre in Italia, a Napoli. Questo retroterra italiano fu sempre un elemento essenziale del suo retaggio personale. Il poeta Paul Valery, amico di Degas, avrebbe ricordato, verso la fine della sua vita, che l’artista nei momenti di buonumore cantava canzoni napoletane e arie di Cimarosa. Degas parlava l’italiano e il napoletano, coltivava amicizie italiane e aveva persino l’aspetto di un italiano. L’uomo dal volto ovale, dalla carnagione olivastra e dai grandi occhi scuri che vediamo negli autoritratti giovanili ha senza dubbio un’aria più italiana che francese. La lunga serie di ritratti dei parenti italiani insieme alle numerose copie dall’antico annunciano ben presto il genio precoce di Degas. “La famiglia Bellelli” capolavoro giovanile di Edgar Degas, “ricapitolazione e quasi premonizione di tutti i legami del pittore con la sua famiglia italiana”, come ha scritto Jean Leymarie, che ritrae la zia preferita, Laura, con il marito napoletano Gennaro Bellelli e le due figlie Giulia e Giovanna”. Nell’estate del 1858, Degas giunge per la prima volta a Firenze, invitato dalla zia Laura Degas a soggiornare con lei, il marito Gennaro Bellelli e le due figliolette nell’ appartamento in affitto in piazza Maria Antonia, l’odierna piazza dell’Indipendenza. A Firenze come precedentemente a Napoli e Roma si dedica allo studio dei maestri antichi copiando opere d’arte negli Uffizi e i suoi carnet sono pieni di copie dai grandi maestri, dal monumentale Ritratto equestre di Carlo V di Van Dick, al “Ritratto di giovinetta con libro del Bronzino, al Battesimo di Cristo del Verrocchio. La dignità e la compostezza dei ritratti rinascimentali ispirarono in una certa misura la figura statuaria di Laura Bellelli – che dimostra anche l’ammirazione per i ritratti di Van Dick visti a Genova- in quello che è questo grande capolavoro degassiano degli anni giovanili. Nella composizione strutturata in maniera magistrale, la collocazione delle figure rivela le tensioni emotive che sottendono quella situazione domestica. Sappiamo dalle lettere di Laura al nipote Degas che non era felice col marito Gennaro, esule politico napoletano, amareggiato dalla propria condizione. Nel quadro Gennaro volge le spalle all’osservatore, mentre la moglie alta e maestosa nel suo abito nero appare come l’eroina di un dramma tragico. E’ probabile che Degas iniziò a lavorare all’enorme tela dell’Orsay parecchi anni dopo il suo ritorno a Parigi nel marzo 1859, dopo che aveva avuto il tempo di sistemarsi e di trovare un atelier. Ma già durante il suo soggiorno fiorentino l’ideazione di quell’opera aveva richiesto una complessa elaborazione, come dimostrano i numerosi studi contenuti nei suoi taccuini, un bozzetto a pastello dell’intera composizione e diversi abbozzi su fogli sciolti, tra cui va segnalata la deliziosa essenza su carta che coglie alla perfezione l’atteggiamento annoiato della piccola Giulia che si agita inquieta sulla sedia  (Dumbarton Oaks House Collection, Washington) Per tutta la vita , anche quando si era votato ai soggetti moderni, in cui sapeva creare un’impressione del tutto convincente di spontaneità, Degas si rifaceva appieno al metodo di lavoro degli antichi maestri i quali elaboravano ogni loro composizione mediante una serie di accurati studi preparatori. “ Non vi è arte meno spontanea della mia” dichiarò una volta con parole diventate famose. “ ciò che faccio è il risultato di riflessione e dello studio dei maestri del passato”. Degas rientrò a Parigi nel marzo 1859. Per tutta la vita sarebbe tornato periodicamente a Napoli a dirimere le dispute sul testamento del nonno e a risolvere i problemi finanziari insorti dopo la morte dello zio Achille. “ Ah! Giotto lasciami vedere Parigi, e tu Parigi lasciami vedere Giotto!” scrisse in un suo taccuino. Dopo essersi sistemato in uno studio di Rue de Laval, continuò a lavorare per diversi anni a La famiglia Bellelli che molto probabilmente espose al Salon del 1867. Il dipinto rimase poi nel suo atelier fino alla morte , avvenuta cinquant’anni dopo e poi acquistato dal Louvre in occasione della vendita del suo studio nel 1918. Gli interni degassiani , croce e delizia, sono prigioni piene di inquietudini. Le gabbie sono ovunque: le ballerine sono destinate a una teca di vetro o allo spazio ristretto del palcoscenico, della sala per gli esercizi; le modelle si muovono nel claustrofobico angolo di un bagno; le prostitute nelle “case chiuse”. Le signore borghesi sono prigioniere di abiti accollati nelle stanze segnate da strisce di colore che sembrano sbarre ingigantite. La gabbia più atroce è quella della casa in cui si muove la coppia, e se - come dicono Lawrence e Virginia Wolf - la casa ha un’ anima, quella in cui abitano le coppie di Degas ha un cuore aritmico, un polso rubato da un sorriso spezzato. Gli interni degassiani manifestano una tensione verso l’indagine del “non visibile” assolutamente moderna. Degas elabora interni mentalmente aperti attraverso la presenza di diverse vie di fuga, “sliding doors” che aprono visioni parallele e lasciano intravedere la realtà più profonda delle persone che li abitano: porte spalancate che conducono nell’intimo di una casa , vetri che rendono comunicanti spazi separati, specchi dagli ambigui riflessi opachi, “ quadri nel quadro” che attivano rimandi mentali. I suoi interni nascono da modelli antichi, da asimmetrici spazi che vengono dall’Oriente e dalle moderne litografie. Un punto di riferimento è Vermeer riscoperto da Degas nel 1866 a seguito di una pubblicazione a Parigi di uno studio di Thoré. La raccolta di tutti i trucchi è già presente nella famiglia Bellelli dove convivono porte aperte, specchi e l’inserimento del proprio disegno che raffigura il nonno Renè- Hilaire morto da poco e ivi collocato a indicare l’appartenenza allo stesso ceppo familiare dell’effigiata. Troviamo nella rappresentazione della famiglia Bellelli anche la restituzione di un’atmosfera, uno stato d’animo rubato. E’ la distanza- mentale – affettiva oltre che spaziale- che esiste tra la zia Laura Degas e il marito, barone Bellelli, una coppia che può definirsi “strabica”, ognuno con lo sguardo rivolto altrove, chiuso in mondi diversi, estranei coabitanti, legati da un’incomunicabilità senza possibilità di soluzione. Le coppie di Degas, tenute insieme da elementi di ordine compositivo ( un quadro, una scrivania) sono separate da muri invisibili ed è insistita la dinamica straniante, riconducibile a un personale e drammatico convincimento. Degas con la sua presentazione del disagio interiore, della solitudine, del vuoto più incombente che esiste tra le mura di una casa anticipa la rappresentazione di quell’inquietudine che alcuni scrittori- Moravia, Sartre,- chiameranno indifferenza, nausea o noia. Scrive Mario Ursino: “Quando fu esposta per la prima volta in Italia, alla XV Biennale di Venezia nel 1926, la famiglia Bellelli fu presentata col titolo generico Ritratto di famiglia, insieme ad altri tre dipinti e a un disegno dell’artista, nel Padiglione della Francia, voluto dal commissario ordinatore Vittorio Pica già segretario della Biennale. La Francia non partecipò ufficialmente alla mostra internazionale, mentre il Consiglio Direttivo della Biennale avrebbe addirittura voluto una retrospettiva di Degas e allora si cercò di rimediare presentando alcune opere significative degli anni italiani del maestro, che furono rintracciate proprio grazie all’azione di Vittorio Pica”. E ancora Ursino continua: “ Recentemente una studiosa, Rosa Spinillo, nel suo Degas e Napoli – gli anni giovanili, ha pubblicato un inedito carteggio tra il Pica e uno dei discendenti della famiglia Degas a Napoli, l’ingegnere Mario Bozzi, concernente il prestito di quattro opere per la mostra veneziana;  e dal carteggio emerge anche che in quell’occasione il Pica si adoperò per la vendita di uno di questi importanti dipinti, Zio e nipote, ovvero Henri Degas con la nipote Lucie ( 1876; Chicago, The Art Institute of Chicago) le altre tre opere ( due dipinti e un disegno) furono vendute successivamente nel 1932 al Louvre, e sono precisamente il noto Ritratto di René- Hilaire Degas, nonno dell’artista ( 1857; Parigi, Musée d’Orsay), Il ritratto di Giovanna Bellelli, cugina dell’artista ( 1856 circa; Parigi, Musée d’Orsay) lo splendido Ritratto di Edouard Degas, zio dell’artista ( 1857; Musée du Louvre, Cabinet des Dessins).” Il Grande dipinto la Famiglia Bellelli fu esposto per la seconda volta in Italia dieci anni dopo, alla Biennale veneziana del 1936. La terza volta la famiglia Bellelli fu esposta a Roma – Villa Medici, dal 1 dicembre 1984 al 10 febbraio 1985, nella mostra “ Degas e l’Italia”, curata da Henry Loyrette. “Una vasta esposizione sistematica dei lavori di Degas – scrive Ursino-  in ottantuno opere fra dipinti e disegni, suddivisa in varie sezioni: copie dai maestri italiani, studi di nudo con modelli, ritratti di argomento storico, paesaggi (1856-1860). La famiglia Bellelli, Semiramide alla costruzione di Babilonia, ritratti (1860- 1877). Dunque il Degas classico non il Degas delle ballerine, dei teatri, dei caffè, ovvero della vita moderna parigina”. Degas esegue in Italia numerose copie dagli antichi maestri esposte alcune in quella mostra, basti ricordare le copie dal Carpaccio, Mantegna, Giorgione, Raffaello, Botticelli, Beato Angelico, Rosso Fiorentino, Bellini, Paolo Uccello, Gozzoli ed altri. C’è tutto l’amore per il Quattrocento e il Cinquecento Italiani ( e non solo). Ursino cita Loyrette a proposito delle copie “ le copie di Degas- scrive Loyrette- sono state studiate tanto più attentamente in quanto sono stati svelati nelle sue opere molteplici plagi formali…”. La grande maggioranza delle copie è datata “negli anni della formazione”, 1853-1861- ma ciò non esclude gli esercizi più tardivi- e riguarda essenzialmente, quelle dai maestri Italiani ma anche le copie dalle opere dell’antichità assira, egiziana, greca o romana. Le copie sono per la tecnica, per il formato, e anche per gli argomenti, molto diverse: semplici abbozzi dal vivo o di memoria; copie di un’opera intera oppure più spesso di un frammento; disegni ma anche oli su tela; ripresa scrupolosa dell’opera studiata, o talvolta, seguendo un esercizio caro nel XIX secolo, variazioni su di un tema antico. Ma esse sono la prova di un amore, di una curiosità, di un piacere – per riprendere una sua frase – che Degas serberà tutta la vita, senza sosta meravigliata della scienza dei maestri antichi, della vastità del loro vocabolario, nella ricerca di penetrare i segreti della loro tecnica, perseguendo per impossessarsene, la parola rara e l’espressione insolita. E’ curioso constatare quanto l’ improvvisa apparizione - della famiglia Bellelli- dopo la morte di Degas e il suo acquisto ad un prezzo elevato ad opera dello Stato francese abbia potuto suscitare delle passioni. Il quadro non fu presentato in modo favorevole da André Michel: “ esso non si presenta bene, è stato molto maltrattato dal tempo e inoltre sembra che non abbia avuto nello studio dell’autore, tutte le cure che meritava. Una cornice di fortuna o piuttosto di miseria, una tela qui e là lacerata, una polvere antica da diversi anni rispettata: il quadro stesso concepito, dipinto e presentato senza alcun desiderio di piacere, senza la minima concessione al gusto del pubblico. e tuttavia fin dal primo sguardo esso vi ferma”. ( “Degas” Raccolta di articoli della stampa riuniti da René Degas, Parigi, Museo D’Orsay) Le critiche elogiative prevalgono tuttavia, manifestamente deviate da un’opera che non sanno come affrontare, così differente da quelle di Degas conosciute fino allora e non rassomiglianti a nulla nella pittura francese del XIX secolo. La restauratrice dell’opera Sarah Walden dimostra in base a un indizio che la tela fu effettivamente esposta nel 1867: “ La tela mostra, in parecchi punti ( specialmente il tessuto variegato poggiato sulla tavola) delle screpolature dovute a riprese creative eseguite prima che lo strato inferiore avesse avuto il tempo di asciugarsi”. E’ accertato da una lettera di Degas mandata al Sovrintendente alle Belle Arti ( 13 marzo 1867; Archivi del Louvre, Salon del 1867) che Degas all’ultimo momento volle ritoccare le tele da lui inoltrate al Palais des Champs- Elysées. Scrive Ursino: “Il grande ritratto della Famiglia Bellelli si pone perciò in tutta la sua complessità formale e iconografica a significare un momento storico particolare di questi suoi parenti, trasferitisi da Napoli a Firenze perché il capofamiglia Gennaro ( 1812- 1864 ), era esule politico, fervente liberale e antiborbonico. Ma non è tutto del “dramma familiare” di cui il giovane Degas è sensibilissimo testimone. Si leggono nel citato catalogo della mostra di Villa Medici (1984) le dolenti affermazioni di Laure Bellelli, brani ricavati da un gruppo di sette lettere fino ad allora inedite e rintracciate da Loyrette nell’archivio Nepveu- Degas, che datano dal 31 luglio 1858 al 19 dicembre 1860 e indirizzate al nipote Edgar. In esse si parla dell’esilio prolungato in un “detestabile paese”, della coabitazione con un marito “ dal carattere immensamente sgradevole e disonesto”, del “timore di impazzire”. “Vivere qui con Gennaro – ella scrive al nipote il 19 gennaio 1860 – di cui conosci il carattere detestabile e senza che abbia una seria occupazione è qualcosa che mi trascinerà nella tomba”. Era questa l’atmosfera che si respirava nell’appartamento fiorentino, vissuta dal giovane Degas durante il soggiorno in casa Bellelli”.  Scrive Henry Loyrette sulla Famiglia Bellelli “ Il quadro è qualcosa di più di un semplice ritratto di gruppo, erede di una lunga tradizione e semplicemente dipinto “secondo il gusto del giorno”, ma eseguito nel grande formato della pittura di storia, è la descrizione di un dramma familiare”.

 

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