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Rubriche d'Arte
dei Critici di
Tuttarteonine |
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"Degas
e Napoli...gli anni giovanili" a cura di Rosa Spinillo |
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Degas è una delle figure più
importanti nel panorama della storia dell’arte, è una personalità di
spicco che segna profondamente l’arte della seconda metà
dell’Ottocento. E’ il grande conciliatore fra il “vecchio” e il
“nuovo”, fra passato e presente, proprio perché riesce a intendere
un diverso modo di vedere sui grandi esempi del passato. “Nessuna
arte” diceva Degas, <<è meno spontanea della mia. Quel che faccio è
il risultato della riflessione e dello studio sui grandi maestri >>
. Tutta l’arte degassiana, viene sempre e comunque sottoposta alla
dura disciplina della “storia dell’arte”, a un
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magnifico
rapporto con il “museo”. Degas è “grande” già da quando, in “La
famiglia Bellelli”, cita Van Dyck, tenendo ben presente anche
Giorgione e varie composizioni paratattiche del Quattrocento . Degas
crede ancora nella “posa” e nella conseguente manipolazione dei
personaggi rappresentati. Si diverte a giocare con tutto ciò che
l’accademia può ancora offrire e proprio in forza di ciò, la sfida
all’interno con soluzioni nuove e modernissime, sostituendo
brillantemente ai soggetti antichi, personaggi
contemporanei, ormai ben caratterizzati nei loro abiti |
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moderni. Degas
farà parte anche del gruppo degli impressionisti ma si terrà lontano
per lo più dall’en plein air dei suoi compagni di strada. (mi
riferisco a Pissarro, Renoir, Sisley, Monet). Degas nasce nel 1834
mentre il gruppo impressionista vede la luce dieci anni dopo. Tale
situazione consente ai giovani impressionisti di proseguire una
visione antiretorica della realtà, uscendo per sempre dal “vecchio
museo” e dalle direttive dell’accademia. Cercano una libertà
pittorica, fatta di semplici e brevissime trascrizioni della natura
cogliendone anche i fremiti più sottili, più solari più fenomenici.
Degas preferisce non spostarsi all’esterno
continuando ad |
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amare le luci
artificiali che lo aiutano a sondare in altro modo e in altra
direzione la realtà. In un suo taccuino alla fine degli anni
sessanta annota:-<<Ah! Giotto! Lasciami vedere Parigi, e tu, Parigi,
lasciami vedere Giotto! Far diventare le teste di genere (in stile
accademico) uno studio sul sentimento moderno, è tipico del Lavater,
ma di Lavater più storicizzato,in un certo senso. Studiare le
osservazioni di Delasarte |
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sui movimenti
incontrollati dell’occhio. La sua bellezza non deve
essere altro che quella di un ben definito genere
caratteristico>>. E ancora consiglia di <<lavorare molto
sugli effetti della sera, delle lampade, delle candele
ecc. L’eccitante non è affatto mostrare sempre la fonte
della luce ma l’effetto della luce. Quest’aspetto
dell’arte può al giorno d’oggi divenire immenso. Com’è
possibile>>, conclude, <<non rendersene conto?>> . Gli
effetti provocati dalla luce sono comuni a Degas e agli
impressionisti. Per questi ultimi si tratta sempre di
luci esterne, mentre Degas predilige gli ambienti
chiusi, che gli permettono giochi più misteriosi.
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Non
ama i paesaggi, non li nota neppure come si capisce
dalle sue parole. <<Per viaggiare da soli bisogna
attraversare paesi dove ci sia della vita, ovvero pieni
di monumenti d’arte. La noia mi vince presto a
contemplare la natura>>, annota a Chiusi nel 1858,
mentre si sposta da Roma a Firenze. Passeggiando lungo i
bastioni di Orvieto vede soprattutto le case del
Medioevo, ma non sente “affatto l’ispirazione di andare
a disegnare dal vivo” . Ciò che lo attira è una nuova
rappresentazione degli spazi e un diverso rapporto con i
personaggi da rappresentare. Ecco cosa scrive in
proposito: <<Fare il ritratto di persone in pose
tipiche, familiari, preoccupandosi soprattutto di
rendere nel loro viso la medesima espressione dei corpi.
Perciò>> ne |
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deduce,<<se è il riso che caratterizza una cara persona,
farla ridere. Ci sono ovviamente, sentimenti che non si
possono rendere[1],
per decenza non essendo i ritratti destinati solo a noi
pittori. Quante fini sfumature da rendere!>>. Ed è
quello che farà a Napoli la sua città per parte di nonno
e di padre dove ritrarrà più volte i membri della sua
famiglia. Degas e Napoli. Già perché tutta la critica
filofrancese tra cui i vari Lemoisne, Coquiot, Lafond
ecc. Non prendono in esame le influenze napoletane
nell’arte di Degas. Solo P. Valery nel suo “Degas, danse,
dessin”, si sforza di cancellare questo pregiudizio.
Afferma: <<Se facessi della critica d’arte, credo
proprio che azzarderei qui un ipotesi a radice tripla.
Tenterei di spiegare questa maniera mimica di vedere di
Degas con il coesistere di tre condizioni. C’è prima di
tutto quel sangue napoletano di cui ho parlato. La
mimica viene da Napoli, dove non esiste parola senza
gesto, racconto senza imitazione, persona senza una
moltitudine di personaggi, sempre possibili e sempre
pronti. Osserverei inoltre che il problema di Degas…>>
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