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Rubriche d'Arte
dei Critici di
Tuttarteonine

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Gerardo Pecci
Ci Presenta:

"Viaggio Nella
Critica D'Arte...
"

 

Francesco Cairone
Ci Presenta:

"I Grandi Dell'Arte"

 
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"Degas e Napoli...gli anni giovanili" a cura di Rosa Spinillo

 

Degas è una delle figure più importanti nel panorama della storia dell’arte, è una personalità di spicco che segna profondamente l’arte della seconda metà dell’Ottocento. E’ il grande conciliatore fra il “vecchio” e il “nuovo”, fra passato e presente, proprio perché riesce a intendere un diverso modo di vedere sui grandi esempi del passato. “Nessuna arte” diceva Degas, <<è meno spontanea della mia. Quel che faccio è il risultato della riflessione e dello studio sui grandi maestri >> . Tutta l’arte degassiana, viene sempre e comunque    sottoposta    alla dura   disciplina   della “storia dell’arte”, a un

magnifico rapporto con il “museo”.  Degas è “grande” già da quando, in “La famiglia Bellelli”, cita Van Dyck, tenendo ben presente anche Giorgione e varie composizioni paratattiche del Quattrocento . Degas crede ancora nella “posa” e nella conseguente manipolazione dei personaggi rappresentati. Si diverte a giocare con tutto ciò che l’accademia può ancora offrire e proprio in forza di ciò, la sfida all’interno con soluzioni nuove e modernissime, sostituendo brillantemente ai soggetti antichi,  personaggi  contemporanei, ormai ben caratterizzati nei loro abiti

 moderni.  Degas farà parte anche del gruppo degli impressionisti ma si terrà lontano per lo più dall’en plein air dei suoi compagni di strada. (mi riferisco a Pissarro, Renoir, Sisley, Monet). Degas nasce nel 1834 mentre il gruppo impressionista vede la luce dieci anni dopo. Tale situazione consente ai giovani impressionisti di proseguire una visione antiretorica della realtà, uscendo per sempre dal “vecchio museo” e dalle direttive dell’accademia. Cercano una libertà pittorica, fatta di semplici e brevissime trascrizioni della natura cogliendone anche i fremiti più sottili, più solari più fenomenici. Degas  preferisce  non  spostarsi  all’esterno   continuando  ad

amare le luci artificiali che lo aiutano a sondare in altro modo e in altra direzione la realtà. In un suo taccuino alla fine degli anni sessanta annota:-<<Ah! Giotto! Lasciami vedere Parigi, e tu, Parigi, lasciami vedere Giotto! Far diventare le teste di genere (in stile accademico) uno studio sul sentimento moderno, è tipico del Lavater, ma di Lavater più storicizzato,in un certo senso. Studiare le osservazioni di  Delasarte

sui movimenti incontrollati dell’occhio. La sua bellezza non deve essere altro che quella di un ben definito genere caratteristico>>. E ancora consiglia di <<lavorare molto sugli effetti della sera, delle lampade, delle candele ecc. L’eccitante non è affatto mostrare sempre la fonte della luce ma l’effetto della luce. Quest’aspetto dell’arte può al giorno d’oggi divenire immenso. Com’è possibile>>, conclude, <<non rendersene conto?>> . Gli effetti provocati dalla luce sono comuni a Degas e agli impressionisti. Per questi ultimi si tratta sempre di luci esterne, mentre Degas predilige gli ambienti chiusi, che gli permettono giochi più misteriosi.

Non ama i paesaggi, non li nota neppure come si capisce dalle sue parole. <<Per viaggiare da soli bisogna attraversare paesi dove ci sia della vita, ovvero pieni di monumenti d’arte. La noia mi vince presto a contemplare la natura>>, annota a Chiusi nel 1858, mentre si sposta da Roma a Firenze. Passeggiando lungo i bastioni di Orvieto vede soprattutto le case del Medioevo, ma non sente “affatto l’ispirazione di andare a disegnare dal vivo” .  Ciò che lo attira è una nuova rappresentazione degli spazi e un diverso rapporto con i personaggi da rappresentare. Ecco cosa scrive in proposito: <<Fare il ritratto di persone in pose tipiche, familiari, preoccupandosi soprattutto di rendere nel loro viso la medesima espressione dei corpi. Perciò>> ne

deduce,<<se è il riso che caratterizza una cara persona, farla ridere. Ci sono ovviamente, sentimenti che non si possono rendere[1], per decenza non essendo i ritratti destinati solo a noi pittori. Quante fini sfumature da rendere!>>. Ed è quello che farà a Napoli la sua città per parte di nonno e di padre dove ritrarrà più volte i membri della sua famiglia. Degas e Napoli. Già perché tutta la critica filofrancese tra cui i vari Lemoisne, Coquiot, Lafond ecc. Non prendono in esame le influenze napoletane nell’arte di Degas. Solo P. Valery nel suo “Degas, danse, dessin”, si sforza di cancellare questo pregiudizio. Afferma: <<Se facessi della critica d’arte, credo proprio che azzarderei qui un ipotesi a radice tripla. Tenterei di spiegare questa maniera mimica di vedere di Degas con il coesistere di tre condizioni. C’è prima di tutto quel sangue napoletano di cui ho parlato. La mimica viene da Napoli, dove non esiste parola senza gesto, racconto senza imitazione, persona senza una moltitudine di personaggi, sempre possibili e sempre pronti. Osserverei inoltre che il problema di Degas…>>

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