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recente di Elisa Rossi prosegue nel progetto iniziale
elaborato durante il periodo dell’Accademia a Venezia.
Divengono però oggi più insistenti i tentativi di
variazione del linguaggio, ovvero le possibilità di
portare a punti estremi lo stile espressivo per vedere
cosa ne risulta, per misurare le potenzialità e i limiti
della raffigurazione del corpo femminile, sottoponendolo
a diverse luci, diversi tagli, diverse pose. Come se il
corpo, immaginato e ritratto in un ambiente sempre più
neutro ed asettico, divenisse cifra, simbolo, codice di
un linguaggio espressivo che perde il suo contenuto per
diventare lo strumento comunicativo della scena.
Svuotato dei suoi valori carnali, purificato da ogni
allusione e da ogni deviazione, il corpo rimane candida
manifestazione di un’atmosfera intima e privata,
raccolta nel silenzio di uno spazio chiuso, fisico e
mentale, dove il gesto di routine di una giovane donna
impegnata in atti ordinari al limite della banalità,
come la toilette, la cura personale, la vestizione, non
ha valore in sé, ma dimostra come la grazia, il candore,
la femminilità possano prescindere dal contesto. Il
soggetto non è l’azione svolta, il significato
dell’opera non è da cercare nella situazione
rappresentata, nel bidè, nella depilazione, ma nel
ritaglio, nel particolare, nella scelta di un frangente.
Può sembrare uno sguardo curioso e ammirante quello che
spia la giovane ragazza nella sua intimità, ma con
attenzione si coglie l’evidente assenza di malizia, di
secondo fine, di stupore, e la chiara conoscenza e
naturalezza. E’ lo sguardo di una donna che apre la
porta, che svela quello che non si dice, ciò di cui non
si parla. Che racconta l’umanità del tabù,
sussurrandola con |




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