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Rubriche d'Arte
dei Critici di
Tuttarteonine |
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"Nick
Goss...Paths
in the snow" a cura di Danilo Sensi |
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Atmosfere
dense e malinconiche, paesaggi reali o immaginati, sono
il soggetto della ricerca artistica di Nick Goss
(Bristol 1981), una delle giovanissime promesse
dell’attuale panorama artistico britannico. Nella
pratica dell’artista inglese e nella messa a punto del
suo immaginario visivo sono cruciali sia i riferimenti
letterari a scrittori come Halldor Laxness, Gabriel
Garcia Marquez e Joseph Conrad, sia il minimalismo
musicale scandinavo di Biosphere e di Deathprod, così
come le malinconiche melodie di Bob Dylan. Spesso
coperti da uno strato di resina trasparente disteso su
ampie superfici di nero o blu scuro, i paesaggi che Goss
propone e le loro potenziali distorsioni esplorano
l’incertezza e l’ansietà delle nozioni di specchio e di
riflesso.Essi si relazionano alle nozioni di opacità,
trasparenza ed immaginazione e si riferiscono alla
vecchia idea di “specchio nero” ossia riflettono lo
sguardo di chi osserva e ciò che lo ciorconda in maniera
distorta. Non a caso, l’artista cita nei sui testi il
cosiddetto “Claude Glass” (dal nome dell’artista
francese) uno strumento ottico consistente in una
speciale lente, in un piccolo specchio nero convesso
abbondantemente usato dagli artisti di paesaggio di fine
‘700 per riflettere una “veduta” e rimpicciolirla alle
dimensioni lontane e inoffensive di una cartolina.
L’artista si presenta con una serie di tele che sono
alla stesso tempo traccia e memoria di un viaggio
compiuto di recente a Barentsberg,
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ultimo
degli insediamenti russi nell’Artide. A bordo della
“Nordelicht”, Nick Goss ha salpato le acque
dell’arcipelago di Svalbard, tra isolate e
indimenticabili lande circondate da un lato da una
barriera di montagne blu e dall’altro dalle prime lastre
di ghiaccio dell’Oceano Polare, per poi approdare nel
piccolo villaggio di Barentsberg.Qui la fuliggine e la
polvere delle miniere di carbone trasformano
improvvisamente la neve e il muschio del paesaggio in
un’opaca coltre nera. “Barentsberg”, “Moonshiner”,
“Restless Farewell Archipelago”, raccontano di
questa malinconica fragilità e di questa incredibile
vulnerabilità del paesaggio rispetto al “fare umano”.Circa
seicento minatori, lasciano tutti gli anni la nativa
Russia, le loro famiglie e i loro bambini, per un
contratto biennale in miniera. Non c’è alcun luogo dove
possano andare durante questo tempo, non c’è scampo al
deprimente paesaggio umano che loro stessi hanno creato.
“…You will dream snowy dreams…” recita un verso inciso
sulla soglia della mensa della miniera. |
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