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Rubriche d'Arte
dei Critici di
Tuttarteonine

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Gerardo Pecci
Ci Presenta:

"Viaggio Nella
Critica D'Arte...
"

 

Francesco Cairone
Ci Presenta:

"I Grandi Dell'Arte"

 
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" Anna Zinno - materia e forma dell’inconscio" di Rosa Spinillo

 
La peinture, c'est une maladie, c'est un microbe qu'on
a attraper un jour". (Jean-Paul Riopelle)

 

In Anna Zinno  il fare arte taglia le acque profonde, insondabili dell'inconscio come urgenza insopprimibile e mutante. Artista  a tutto tondo, Anna è, di volta in volta, archeologa di quella emozione che scava nel buco  nero  dell'inquietudine  contemporanea  per  trame  storie, reperti, presenze, collassi, metabolizzazioni esistenziali oppure passionale, impegnata, coinvolta e vigile sentinella sul deserto dei tartari di un futuro impossibile, di un esistere assassino e testimone di sé stesso e della natura che lo circonda. Un percorso artistico, quello della Zinno, di una intensità senza soste e compiacimenti, bruciato in pochissime stazioni nella consapevolezza che l'insofferenza di fondo, il non restare stanziale in una forma creativa, non può essere tentativo pretestuoso di uscire da omologazioni o codici di linguaggio ma esigenza ed insieme necessità di pulsioni e di modelli in fibrillazione permanente.  Una transumanza, di fatto, risolta senza provvisorietà, un incedere di rilevazioni percettive in continuo movimento. Sospesa tra metafora, sogno e scavo psicanalitico, la sua arte trabocca di colori fortissimi, di incubi sottesi, di una visionarietà tra apocalittico e mutazione permanente. In sostanza memorie strappate ad un universo notturno di ritorni o esorcismi onirici e riportate alla crudezza della luce senza concessioni, trasporti, virtuosismi figurali. Una materia pittorica densa, decisa, segnata, graffiata ad anticipare quella che sarebbe stata la nuova stagione di una imaginerie negata e lasciata per strada per nuove certezze avulse dall'assedio di un racconto per immagini. Le sue opere vivono, così, di ammassi materici, di  spessori aggrumati di emozione, di colate rapprese di colore ferito, di dilatazioni improvvise e di un automatismo pittorico senza ancoraggi certi se non quelli di svelare vibrazioni, sussulti, scatenamenti, traumi. L’artista si appropria rapidamente di una nuova libertà e di un insopprimibile bisogno di forme e spazi altri : esigenza di fisicità diversa e non controllata, purezza dei volumi e musicalità sincopata, presto destinate ad una ineludibile, razionale e ragionata, destinazione concettuale. Le grandi  tele che  l’artista dipinge alternando stucco, gesso e colle acriliche con le dominanti cromatiche del bianco, del rosso, del blu e del nero sono un momento esaltante della sua arte , verso nuove ipotesi espressive. Ma resta dell’artista ,  l’irrequieta , sottesa denuncia del caos esistenziale del nostro tempo. Le nuove inquietudini della civiltà tecnologica combinate agli insulti dell’uomo contemporaneo alla natura, alla interazione ambientale, al rovesciamento delle regole di un vivere alternativo e possibile compongono, così, nuovi assunti, scritture, linguaggi pronti  a ricodificare per l’artista il tempo che viviamo in materia e forma di inconscio collettivo. Da un iniziale segmento ad abbrivi figurativi, con risultanze cromatiche prossime ad accenti espressionisti arricchiti di un ampio ventaglio coloristico e di un  potente dinamismo, il lessico evolve verso cifre pre- informali e perviene poi, nell’empito di una straordinaria forza creativa, a definite connotazioni astratto- informali. Un percorso artistico, quello di Anna, di una intensità senza soste e compiacimenti, bruciato in pochissime stazioni nella consapevolezza che l'insofferenza di fondo, il non restare stanziale in una forma creativa, non può essere tentativo pretestuoso di uscire da omologazioni o codici di linguaggio ma esigenza ed insieme necessità di pulsioni e di modelli in fibrillazione permanente.  Una transumanza, di fatto, risolta senza provvisorietà, un incedere di rilevazioni percettive in continuo movimento. L'esperienza dell’artista cerca un varco, uno "spiraglio", come una "Finestra ferita" attraverso l'informale brulicame segnico della materia, da cui far passare frammenti visivi dell'umanità femminile. Allora sotto gli squarci materici, come per incanto, emergono volti di donna dalla profonda espressività ambivalente. La ricerca di scavo nella forma  avviluppa i tratti puri della fisiognomica femminile, semplifica l'azione definitoria senza perdere il contatto con l'introspezione emozionale dell'animo muliebre. Il volto racchiude, insondabile, un'enigma che affascina nel bene e nel male. I volti sono le mille proiezioni dell’animo dell’artista; il suo alter-ego. La pittura di Anna è  un organismo vivo, pulsante, agitato: corpo aperto, talora sporto oltre se stesso (sia in senso virtuale che reale): quadro che contiene in il concetto più profondo di evento (ossia di gesto dilatato, dispersivo, esuberante, sperperato): e, dunque, anche il senso di una teatralità originaria e aggressiva, come quella sognata da Artaud che vede in essa “uno straripamento passionale, uno spaventevole transfert di forza”. Ebbene, per Anna Zinno, le grandi  tele  sulle quali stende linee e colori sono davvero materie da investire nell’azione, non semplici supporti  (puri “recinti sacri”), entro cui depositare metafore (o echi favolistici) tantomeno specchi su cui riflettere per imitazione le parvenze del mondo. In lei la fatica della creazione la si intuisce tutta: è il peso delle dita che violentano la materia, è il pugno che di tanto in tanto fracassa letteralmente gli spettri pittorici (o che addirittura incrina lo stesso muro del quadro, quasi a volerne risvegliare le fibre interne), è il rito ininterrotto di un fare che non si compie mai interamente, ma che rinvia ad un processo sempre palesemente in atto, ad un’idea di opera in fieri. Il che può far pensare alle istanze sorgive, anarchiche, esistenzialiste dell’Informale: a quell’assunzione della superficie come pagina concreta, fisicamente presente, dove affrontare una trascrizione diretta, aperta, al punto di dissoluzione dei codici significativi del segno (del gesto, della materia) : in una parola, a quella esperienza radicale in cui, negli anni ’50 gli artisti immergono se stessi all’interno di atmosfere quasi irrespirabili, inseguendo una romantica distruzione del mondo (e quindi anche di ) nell’inferno dell’immagine. Solo che l’Informale inneggia alla liberazione delle cariche vitali, ma poi le tiene come imprigionate nell’autoreferenzialità del gesto (nel “trionfo dell’atto”, come dice Georges Mathieu): in Anna Zinno invece la furia espressiva rivela un duplice aspetto: da una parte si fa testimonianza di una sorta di saccheggio, di massacro perpetrato nei confronti del visibile, dall’altra di un riassestamento, di una risistemazione (anche se fragile, aleatoria, vacillante) dello stesso visibile. Alla base sta una concezione animistica (prossima a quella di T. S. Eliot), di un’eterna resurrezione delle cose, proprio nel loro statuto di “poor things”: “Con questi frammenti - scrive infatti il poeta angloamericano ho puntellato le mie rovine”. Allo stesso modo le forme sfondate di Anna danno sì la sensazione di un mondo in macerie, ma anche quella di un attaccamento a questo stesso mondo, la nozione di un universo in frantumi, ma anche quella di un universo, dove tutti i segni si mescolano e si incastrano in un montaggio complesso, in una composizione multipla. Certo, “non è più lo spazio della piramide prospettica albertiana”, quello che ci troviamo davanti, ma uno spazio che conosce il decentramento, lo squilibrio, la dismisura. Ma i continui “vortici di luce”, i continui sfondamenti di confine, le forme in perpetua formazione, non intendono sovvertire l’ordine dell’immagine, quanto proporne un’esperienza “altra” (più intima, più segreta), intensificarne i valori visivi, approfondire le dimensioni che la determinano. Comunque sia, l’opera di Anna Zinno  non si esaurisce mai nel suo lampante affioramento visivo, nella sua “segnalazione di potenziamento, accumulazione di forze, martellamento energetico”: fosse così, sarebbe un lavoro che mira soltanto a celebrare  l’inafferrabilità, lo slittamento perpetuo del senso (delle immagini), mentre esso cerca sempre di suscitare sensi plurimi, doppi fondi, punti di vista molteplici, evocazioni a non finire: intende suggerire, come fa Antonioni, che “sotto l’immagine rivelata ce n’è un’altra, e di nuovo un’altra, fino alla vera immagine di quella realtà assoluta, misteriosa, che nessuno vedrà mai” . Ma come superare l’apparente discordanza tra questa passione che ha in l’antico sapere della meditazione e che postula i tempi lunghi della   contemplazione con quella che è la gestualità cieca attimale, teatrale? E’ ancora il grande marsigliese (Artaud) a orientarci verso una possibile soluzione, e lo fa alludendo (almeno nei suoi testi su Masson o su Van Gogh) alle “forze telluriche”, agli “atti fondativi”, ai “moti ancestrali” insiti del dipingere:  lo  fa,  cioè, richiamandosi a procedimenti   situati  nel dominio “di una vita prima della nascita, di una nudità senza nome” .

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