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In Anna Zinno il fare arte taglia le
acque profonde, insondabili dell'inconscio come urgenza
insopprimibile e mutante. Artista a tutto tondo, Anna è, di volta
in volta, archeologa di quella emozione
che scava nel buco nero dell'inquietudine
contemporanea per trame storie, reperti, presenze,
collassi, metabolizzazioni esistenziali
oppure passionale, impegnata, coinvolta e vigile sentinella sul
deserto dei tartari di un futuro impossibile, di un esistere
assassino e testimone di sé stesso e della natura che lo circonda.
Un percorso artistico, quello della Zinno,
di una intensità senza soste e
compiacimenti, bruciato in pochissime stazioni nella consapevolezza
che l'insofferenza di fondo, il non restare stanziale in una forma
creativa, non può essere tentativo pretestuoso di uscire da
omologazioni o codici di linguaggio ma esigenza ed insieme necessità
di pulsioni e di modelli in fibrillazione permanente.
Una transumanza, di fatto, risolta
senza provvisorietà, un incedere di rilevazioni percettive in
continuo movimento.
Sospesa tra metafora, sogno e scavo psicanalitico, la sua arte
trabocca di colori fortissimi, di incubi
sottesi, di una visionarietà tra apocalittico e mutazione
permanente. In sostanza memorie strappate ad un universo notturno di
ritorni o esorcismi onirici e riportate alla crudezza della luce
senza concessioni, trasporti, virtuosismi
figurali. Una materia pittorica densa, decisa, segnata,
graffiata ad anticipare quella che sarebbe stata la nuova stagione
di una
imaginerie negata
e lasciata per strada per nuove certezze avulse dall'assedio di un
racconto per immagini. Le sue opere vivono, così,
di ammassi materici,
di spessori aggrumati di emozione, di colate rapprese di colore
ferito, di dilatazioni improvvise e di un automatismo pittorico
senza ancoraggi certi se non quelli di svelare vibrazioni, sussulti,
scatenamenti, traumi. L’artista si appropria rapidamente di una
nuova libertà e di un insopprimibile bisogno di forme e spazi altri
: esigenza di fisicità diversa e
non controllata, purezza dei volumi e musicalità sincopata, presto
destinate ad una ineludibile, razionale
e ragionata, destinazione concettuale. Le grandi tele che
l’artista dipinge alternando stucco, gesso e colle acriliche con le
dominanti cromatiche del bianco, del rosso, del blu e del nero sono
un momento esaltante della sua arte ,
verso nuove ipotesi espressive. Ma resta dell’artista
, l’irrequieta , sottesa denuncia del caos esistenziale del
nostro tempo. Le nuove inquietudini della civiltà tecnologica
combinate agli insulti dell’uomo contemporaneo
alla natura, alla interazione ambientale, al rovesciamento
delle regole di un vivere alternativo e possibile compongono, così,
nuovi assunti, scritture, linguaggi pronti a
ricodificare per l’artista il tempo che viviamo in materia e
forma di inconscio collettivo. Da un iniziale segmento ad abbrivi
figurativi, con risultanze cromatiche
prossime ad accenti espressionisti arricchiti di un ampio ventaglio
coloristico e di un potente dinamismo, il lessico evolve verso
cifre pre- informali e perviene poi,
nell’empito di una straordinaria forza creativa, a definite
connotazioni astratto- informali. Un percorso artistico, quello
di Anna, di una intensità senza soste e
compiacimenti, bruciato in pochissime stazioni nella consapevolezza
che l'insofferenza di fondo, il non restare stanziale in una forma
creativa, non può essere tentativo pretestuoso di uscire da
omologazioni o codici di linguaggio ma esigenza ed insieme necessità
di pulsioni e di modelli in fibrillazione permanente.
Una transumanza, di fatto, risolta
senza provvisorietà, un incedere di rilevazioni percettive in
continuo movimento.
L'esperienza dell’artista cerca un varco, uno "spiraglio", come una
"Finestra ferita" attraverso l'informale brulicame
segnico della materia, da cui far
passare frammenti visivi dell'umanità femminile. Allora sotto gli
squarci materici, come per incanto,
emergono volti di donna dalla profonda espressività ambivalente. La
ricerca di scavo nella forma avviluppa i tratti
puri della fisiognomica femminile,
semplifica l'azione definitoria
senza perdere il contatto con l'introspezione emozionale dell'animo
muliebre. Il volto racchiude, insondabile,
un'enigma che affascina nel bene e
nel male. I volti sono le mille proiezioni dell’animo dell’artista;
il suo alter-ego. La pittura
di Anna è un organismo vivo, pulsante,
agitato: corpo aperto, talora sporto oltre se stesso (sia in senso
virtuale che reale): quadro che contiene in sè
il concetto più profondo di evento (ossia di gesto dilatato,
dispersivo, esuberante, sperperato): e, dunque, anche il senso di
una teatralità originaria e aggressiva, come quella sognata da
Artaud che vede in essa “uno
straripamento passionale, uno spaventevole transfert di forza”.
Ebbene, per Anna Zinno, le grandi tele
sulle quali stende linee e colori sono
davvero materie da investire nell’azione, non semplici supporti
(puri “recinti sacri”), entro cui depositare metafore (o echi
favolistici) nè
tantomeno specchi su cui riflettere per
imitazione le parvenze del mondo. In lei la fatica della creazione
la si intuisce tutta: è il peso delle
dita che violentano la materia, è il pugno che di tanto in tanto
fracassa letteralmente gli spettri pittorici (o che addirittura
incrina lo stesso muro del quadro, quasi a volerne risvegliare le
fibre interne), è il rito ininterrotto di un fare che non si compie
mai interamente, ma che rinvia ad un processo sempre palesemente in
atto, ad un’idea di opera in fieri. Il che può far pensare alle
istanze sorgive, anarchiche,
esistenzialiste dell’Informale: a quell’assunzione
della superficie come pagina concreta, fisicamente presente, dove
affrontare una trascrizione diretta, aperta, al punto di
dissoluzione dei codici significativi del segno (del gesto, della
materia) : in una parola, a quella esperienza radicale in cui, negli
anni ’50 gli artisti immergono se stessi all’interno di atmosfere
quasi irrespirabili, inseguendo una romantica distruzione del mondo
(e quindi anche di sè) nell’inferno
dell’immagine. Solo che l’Informale inneggia
alla liberazione delle cariche vitali, ma poi le tiene come
imprigionate nell’autoreferenzialità del
gesto (nel “trionfo dell’atto”, come dice
Georges Mathieu): in Anna
Zinno invece la furia espressiva rivela
un duplice aspetto: da una parte si fa testimonianza di una sorta di
saccheggio, di massacro perpetrato nei confronti del visibile,
dall’altra di un riassestamento, di una
risistemazione (anche se fragile, aleatoria, vacillante)
dello stesso visibile. Alla base sta una concezione
animistica (prossima a quella di T. S.
Eliot), di un’eterna resurrezione delle
cose, proprio nel loro statuto di “poor
things”: “Con questi frammenti - scrive
infatti il poeta angloamericano
ho puntellato le mie rovine”. Allo stesso modo le forme sfondate
di Anna danno sì la sensazione di un
mondo in macerie, ma anche quella di un attaccamento a questo stesso
mondo, la nozione di un universo in frantumi, ma anche quella di un
universo, dove tutti i segni si mescolano e si incastrano in un
montaggio complesso, in una composizione multipla.
Certo, “non è più lo spazio della
piramide prospettica albertiana”, quello
che ci troviamo davanti, ma uno spazio che conosce il decentramento,
lo squilibrio, la dismisura.
Ma i continui “vortici di luce”, i
continui sfondamenti di confine, le forme in perpetua formazione,
non intendono sovvertire l’ordine dell’immagine, quanto proporne
un’esperienza “altra” (più intima, più segreta), intensificarne i
valori visivi, approfondire le dimensioni che la determinano.
Comunque
sia, l’opera di Anna Zinno non si
esaurisce mai nel suo lampante affioramento visivo, nella sua
“segnalazione di potenziamento, accumulazione di forze,
martellamento energetico”: fosse così, sarebbe un lavoro che mira
soltanto a celebrare
l’inafferrabilità,
lo slittamento perpetuo del senso (delle immagini), mentre esso
cerca sempre di suscitare sensi plurimi, doppi fondi, punti di vista
molteplici, evocazioni a non finire: intende suggerire, come fa
Antonioni, che “sotto l’immagine
rivelata ce n’è un’altra, e di nuovo un’altra, fino alla vera
immagine di quella realtà assoluta, misteriosa, che nessuno vedrà
mai” . Ma come superare l’apparente
discordanza tra questa passione che ha in sè
l’antico sapere della meditazione e che postula i tempi lunghi della
contemplazione con quella che è la gestualità cieca
attimale, teatrale? E’ ancora il
grande marsigliese (Artaud)
a orientarci verso una possibile soluzione, e lo fa alludendo
(almeno nei suoi testi su Masson o su
Van Gogh)
alle “forze telluriche”, agli “atti fondativi”, ai “moti ancestrali”
insiti del dipingere: lo fa, cioè, richiamandosi a
procedimenti situati nel dominio “di una vita
prima della nascita, di una
nudità senza nome” . |
















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