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Una finestra dalle lunghe tende. Una vasca dei pesci rossi su di un
comodino. Una sedia a dondolo, e l’armadio accanto ad essa. E poi
ancora un termosifone ed un televisore.
Oggetti e arredamenti, rapiti dagli
interni di luoghi vissuti e liberati dalla reclusione delle mura
domestiche. Infissi e suppellettili che si accaparrano il ruolo di
protagonisti rendendo aperto quello spazio considerato per
antonomasia come il chiuso. Questo è quanto si materializza
sulle tele di Caterina Morelli. Quasi un processo di
personificazione, atto a distruggere la condizione subalterna
vissuta dagli arredi e ad esaltarne il loro carattere di unicità
attraverso la tecnica mista che pare caratterizzarli alla stregua di
personaggi letterari, osservati sin dalle tensioni profonde che li
contraddistinguono e dall’ossatura richiamata dal tratto a matita
nudo e visibile al di sotto del colore. Ma nessun ordine gerarchico
intende imporsi all’occhio che osservi la struttura dell’oggetto
rappresentato: filo, segno a matita, vernice e pittura ad olio
intraprendono una convivenza serena e scevra da intenti
prevaricatori di una tecnica rispetto all’altra. Spesso esaltazione
ed occultamento si confondono sotto la copertura di una vernice
bianca e cangiante, volenterosa di custodire gli oggetti sotto il
suo mantello, mentre il nascondiglio costituito dal colore ad olio
viene alle volte strappato via quasi con violenza per rendere
manifesto il tratto originario. L’atto del cucire tesse le trame su
di una pittura che diviene ciò che dipinge e ne assume le forme,
assottigliandosi sino a divenire filo di lana e ingrossandosi fino a
marcare le asperità e la nodosità del legno. E se il tratto
pittorico segue la materia e le sue evoluzioni, ecco che invece il
filo diviene segno e contorno, o ancora si diverte ad ammantare
superfici e dettagli. La rivincita di quegli oggetti sui quali il
nostro sguardo si pone giorno per giorno in maniera distaccatamente
naturale è dunque compiuta. E non solo attraverso la rivalsa della
rappresentazione, ma finalmente attraverso la percezione del loro
essere spettatori e compagni della nostra esistenza. |



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