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Giovane e appassionata,
Infili l’ago, inizi di slancio
i punti più complessi.
Cresci, Definisci meglio la trama, i pieni e i vuoti.
Maturi, Riempi bene tutti gli spazi, stai coprendo
tutta la tela.
Invecchi, Giri la tela e tagli i fili, la trama è ben
fitta.
Ora, Hai finito il tuo lavoro,
riponi l’ago.
Non ci sarà una nuova trama da riempire.
Vi è un mondo
che parla al cuore delle cose, le piccole cose del quotidiano,
oggetti che servono per compiere “ le azioni minime” della giornata.
Un bricco di caffè, un aspirapolvere, un letto, un mobile in
un’interno, è questo il mondo interiore di Caterina Morelli. La sua
pittura colpisce per l’essenzialità scarna scevra da ogni orpello
linguistico. Con ago, filo e colore penetra l’anima delle cose
raggiungendone l’intima essenza. Caterina ricama la superficie
semplicemente per impreziosire e personalizzare, conferendo dignità
e prestigio alle umili cose. La parola ricamo deriva dal lemma
arabo raqm (racam) che significa “segno, disegno”, e l’artista con
l’ago incide segni sulle superfici,disegnando la sua storia. Pare
che l’abitudine di appuntare le figure o i punti su un telo come
esercizio sia sempre esistito, ma solo agli inizi del XVI secolo
questi lavori vengono menzionati attribuendo loro un nome.
Nei paesi anglosassoni questi si chiamano SAMPLERS (dal latino
EXEMPLUM), modello da imitare, in Francia prendono il nome di
MARQUOIRS, che deriva da POINT DE MARQUE, altro nome del punto
croce, perché destinato a “marcare” la biancheria, in Italia
IMPARATICCI, esercizio per le fanciulle. Il primo riferimento
scritto si trova in un libro per la contabilità, del 1502, di
Elisabetta di York, moglie di Enrico VII, dove è annotato il prezzo
di "una pezza di lino da usare per un sampler per la regina". Lo
sviluppo dell’imparaticcio nel XVI secolo è direttamente connesso
alla diffusione del ricamo dilettantesco. Le dame delle classi
agiate dedicavano ormai molto del loro tempo al ricamo e il sampler
era usato come una sorta di quaderno di appunti, nel quale
registrare motivi decorativi e punti di lavorazione da consultare
alla bisogna. Caterina registra la poesia del quotidiano con ago e
filo, e proprio come le dame di un tempo adopera le sue tele come
quaderni di appunti; cimentandosi nella ricerca di un linguaggio
diverso. Linguaggio che viene recuperato dal passato e rimane legato
all'idea di una attività usualmente femminile e forzatamente
domestica, che acquista, nel momento in cui viene consapevolmente
scelta come autonoma forma espressiva, il valore di sfida
trasgressiva e, contrapponendosi alla propria tradizione, assume la
potenzialità di atto sovversivo. Vero è che per questa artista la
pratica del lavoro ad ago non è un semplice esercizio di stile. Il
filo, in questo caso non solo ideale, che lega le opere di Caterina
pare essere infatti proprio la volontà di catalizzare l'attenzione
su ciò che viene generalmente considerato "ai margini". In questo
contesto l'uso di una tecnica "artisticamente marginale" come il
ricamo, se valutato in un'ottica domestica, artigianale, popolare e
decorativa (con tutta l'accezione negativa che modernismo e
funzionalismo possano aver dato al termine) diviene scelta
linguistica densa di significato. Il filo che attraversa la materia,
che sta sopra e sotto, visibile e invisibile, diviene per l’artista
l'occasione per lavorare con materiali incompatibili e compiere
quasi una magia. E qui si inserisce l'aggancio al primo Novecento,
con gli arazzi di Giacomo Balla e le strepitose tarsie tessili di
Fortunato Depero. Ma Caterina fa di più ci restituisce il ritratto
di un mondo dove la comunicazione è sempre un ostacolo invalicabile;
dove ci sono lettere, cunicoli e labirinti del pensiero. Ella ci
parla di questi “amici immaginari”, gli oggetti, isolati nel mondo
con una velocità segnica che si sviluppa nel tempo, soffermandosi in
istanti interminabili sulla scelta di un vestito, una scarpa. Perché
ogni particolare è essenziale per darsi un’identità. Le storie
vivono di un tessuto breve, piccole trame che lasciano particolari
diffusi per tutta la vicenda come fossero frange di un vestito. Solo
le cose sembrano resistere temporaneamente al naufragio; appena
immerse nelle acque del mondo, vi galleggiano dentro, inconsapevoli,
in attesa che arrivi la paura. E parlano da sole, così come parlano
da sole le persone che finiscono per essere, anche loro, frange del
mondo. O almeno di queste storie. L’artista abile in questa
volubilità, si esprime bene sul piano della pittura nelle
situazioni sterili, a suo agio nella pacatezza dei toni, lasciando
un grosso ruolo al “non detto”. È questo ad aumentare il senso della
mancanza, dello sfiorarsi, di queste cose che si confondono coi
fantasmi. C’è qui, come dire, una sorta di metafisica contemporanea,
profondamente legata non tanto alla classicità distaccata e in fondo
aristocratica dei fratelli De Chirico o, per altri versi, all’
asettica e pensosa ripetitività di un Morandi, quanto invece a temi
e motivi, a emozioni e giudizi in un certo senso esistenzialistici,
legati insomma a filo doppio alle circostanze dimesse del
quotidiano, al suo domestico mistero, a una poesia che nasce
spremuta direttamente dalle cose che ti stanno attorno, che ti
stanno “semplicemente” nella memoria. Ecco, “mistero domestico” di
poesia e insieme di pittura... Mi sembra una definizione che si
addice all’arte di Morelli così fortemente matura e densa. E mi
piace anche pensare Caterina ispirata dai versi di Rainer Maria
Rilke:
Sii paziente verso tutto ciò che è
irrisolto nel tuo cuore e …
cerca di amare le domande,
che sono simili a
stanze chiuse a chiave e a libri scritti in una lingua straniera.
Non cercare ora le risposte che non possono esserti date
poiché non saresti capace di convivere con esse.
E il punto è vivere ogni cosa. Vivi le domande ora.
Forse ti sarà dato, senza che tu te ne accorga, di vivere fino al
lontano
giorno in cui avrai la risposta .
“Esistere è
molto", proclama Rilke; sebbene siamo esseri effimeri, nonostante
il nostro poter vivere ogni cosa "soltanto una volta", l'esistenza è
qualcosa di "irrevocabile". L'essenza dell'umano essere-nel-mondo si
incentra nella dimensione terrena del rapporto con le cose. Noi
esistiamo forse per "dire", afferma Rilke, e in particolare per
rivelare nel nostro dire la vera natura delle cose. La nostra
sostanza, il nostro "qui" è quello della parola, per quanto
trascorriamo l'esistenza in un tempo "incalzato" da cambiamenti
incessanti, accelerati, da "un fare senza volto" con cui Rilke si
riferisce in maniera sibillina alla nuova età
dell'industrializzazione e all'affermarsi di un pensiero astratto,
privo di contatto col mondo della vita. La concretezza degli
oggetti, la loro familiare intimità con i sensi dell'uomo, sono
messe in pericolo, secondo Rilke, dai meccanismi della modernità,
che dal suo caos partorisce oggetti puramente funzionali, senz'anima
e senza memoria. |












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