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Rubriche d'Arte
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Francesco Cairone
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"Il filo che attraversa la materia e scende al cuore delle cose"
recensione critica di Rosa Spinillo

Giovane e appassionata,
Infili l’ago, inizi di slancio
 i punti più complessi.

Cresci, Definisci meglio la trama, i pieni e i vuoti.
Maturi, Riempi bene tutti gli spazi, stai coprendo tutta la tela.
Invecchi, Giri la tela e tagli i fili, la trama è ben fitta.
Ora, Hai finito il tuo lavoro,
 riponi l’ago.

Non ci sarà una nuova trama da riempire.

Vi è un mondo che parla al cuore delle cose, le piccole cose del quotidiano, oggetti che servono per compiere “ le azioni minime” della giornata. Un bricco di caffè, un aspirapolvere, un letto, un mobile in un’interno,  è questo il mondo interiore di Caterina Morelli. La sua pittura  colpisce per l’essenzialità scarna scevra da ogni orpello linguistico. Con ago, filo e colore penetra l’anima delle cose raggiungendone l’intima essenza. Caterina ricama la superficie semplicemente per impreziosire e personalizzare, conferendo dignità e prestigio alle umili cose.  La parola ricamo deriva dal lemma arabo raqm (racam) che significa “segno, disegno”, e l’artista con l’ago incide segni sulle superfici,disegnando la sua storia. Pare che l’abitudine di appuntare le figure o i punti su un telo come esercizio sia sempre esistito, ma solo agli inizi del XVI secolo questi lavori vengono menzionati attribuendo loro un nome. Nei paesi anglosassoni questi si chiamano SAMPLERS (dal latino EXEMPLUM), modello da imitare, in Francia prendono il nome di MARQUOIRS, che deriva da POINT DE MARQUE, altro nome del punto croce, perché destinato a “marcare” la biancheria, in Italia IMPARATICCI, esercizio per le fanciulle. Il primo riferimento scritto si trova in un libro per la contabilità, del 1502, di Elisabetta di York, moglie di Enrico VII, dove è annotato il prezzo di "una pezza di lino da usare per un sampler per la regina". Lo sviluppo dell’imparaticcio nel XVI secolo è direttamente connesso alla diffusione del ricamo dilettantesco. Le dame delle classi agiate dedicavano ormai molto del loro tempo al ricamo e il sampler era usato come una sorta di quaderno di appunti, nel quale registrare motivi decorativi e punti di lavorazione da consultare alla bisogna.  Caterina registra la poesia del quotidiano con ago e filo, e proprio come le dame di un tempo adopera le sue tele come quaderni di appunti; cimentandosi nella ricerca di un linguaggio diverso. Linguaggio che viene recuperato dal passato e rimane legato all'idea  di una attività usualmente femminile e forzatamente domestica, che acquista, nel momento in cui viene consapevolmente scelta come autonoma forma espressiva, il valore di sfida trasgressiva e, contrapponendosi alla propria tradizione, assume la potenzialità di atto sovversivo. Vero è che per questa artista la pratica del lavoro ad ago non è un semplice esercizio di stile. Il filo, in questo caso non solo ideale, che lega le opere di Caterina pare essere infatti proprio la volontà di catalizzare l'attenzione su ciò che viene generalmente considerato "ai margini". In questo contesto l'uso di una tecnica "artisticamente marginale" come il ricamo, se valutato in un'ottica domestica, artigianale, popolare e decorativa (con tutta l'accezione negativa che modernismo e funzionalismo possano aver dato al termine) diviene scelta linguistica densa di significato. Il filo che attraversa la materia, che sta sopra e sotto, visibile e invisibile, diviene per l’artista  l'occasione per lavorare con materiali incompatibili e compiere quasi una magia. E qui si inserisce  l'aggancio al primo Novecento, con gli arazzi di Giacomo Balla e le strepitose tarsie tessili di Fortunato Depero. Ma Caterina fa di più ci restituisce il  ritratto di un mondo dove la comunicazione è sempre un ostacolo invalicabile; dove ci sono lettere, cunicoli e labirinti del pensiero. Ella ci parla di questi “amici immaginari”, gli oggetti, isolati nel mondo con una velocità segnica che si sviluppa nel tempo, soffermandosi in istanti interminabili sulla scelta di un vestito, una scarpa. Perché ogni particolare è essenziale per darsi un’identità. Le storie vivono di un tessuto breve, piccole trame che lasciano particolari diffusi per tutta la vicenda come fossero frange di un vestito. Solo le cose sembrano resistere temporaneamente al naufragio; appena immerse nelle acque del mondo, vi galleggiano dentro, inconsapevoli, in attesa che arrivi la paura. E parlano da sole, così come parlano da sole le persone che finiscono per essere, anche loro, frange del mondo. O almeno di queste storie. L’artista abile in questa volubilità,  si esprime bene sul piano della pittura  nelle situazioni sterili, a suo agio nella pacatezza dei toni, lasciando un grosso ruolo al “non detto”. È questo ad aumentare il senso della mancanza, dello sfiorarsi, di queste cose che si confondono coi fantasmi. C’è qui, come dire, una sorta di metafisica contemporanea, profondamente legata non tanto alla classicità distaccata e in fondo aristocratica dei fratelli De Chirico o, per altri versi, all’ asettica e pensosa ripetitività di un Morandi, quanto invece a temi e motivi, a emozioni e giudizi in un certo senso esistenzialistici, legati insomma a filo doppio alle circostanze dimesse del quotidiano, al suo domestico mistero, a una poesia che nasce spremuta direttamente dalle cose che ti stanno attorno, che ti stanno “semplicemente” nella memoria. Ecco, “mistero domestico” di poesia e insieme di pittura... Mi sembra una definizione che si addice all’arte di Morelli così fortemente matura e densa. E mi piace anche pensare Caterina ispirata dai versi di Rainer Maria Rilke:

Sii paziente verso tutto ciò che è irrisolto nel tuo cuore e …
cerca di amare le domande,
che sono simili a
stanze chiuse a chiave e a libri scritti in una lingua straniera.
Non cercare ora le risposte che non possono esserti date
poiché non saresti capace di convivere con esse.
E il punto è vivere ogni cosa. Vivi le domande ora.
Forse ti sarà dato, senza che tu te ne accorga, di vivere fino al lontano
giorno in cui avrai la risposta .

“Esistere è molto",  proclama Rilke; sebbene siamo esseri effimeri, nonostante il nostro poter vivere ogni cosa "soltanto una volta", l'esistenza è qualcosa di "irrevocabile". L'essenza dell'umano essere-nel-mondo si incentra nella dimensione terrena del rapporto con le cose. Noi esistiamo forse per "dire", afferma Rilke, e in particolare per rivelare nel nostro dire la vera natura delle cose. La nostra sostanza, il nostro "qui" è quello della parola, per quanto trascorriamo l'esistenza in un tempo "incalzato" da cambiamenti incessanti, accelerati, da "un fare senza volto" con cui Rilke si riferisce in maniera sibillina alla nuova età dell'industrializzazione e all'affermarsi di un pensiero astratto, privo di contatto col mondo della vita.  La concretezza degli oggetti, la loro familiare intimità con i sensi dell'uomo, sono messe in pericolo, secondo Rilke, dai meccanismi della modernità, che dal suo caos partorisce oggetti puramente funzionali, senz'anima e senza memoria.

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