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Zago non vuole
essere definito, incasellato, è un artista poliedrico, versatile,
suggestionato profondamente dall’arte del secondo Novecento di cui
fa sicuramente parte come nascita ma non come formazione. La sua
formazione è stata la “strada”, la frequentazione di altri artisti
un po’ dannati come lui, tra cui Mario Schifano e altri. Zago ha
ben assimilato la lezione di Schifano e Rauscheunbeurg, ne è
rimasto profondamente suggestionato, seppure inconsciamente. Come
non pensare anche a Warhol o a Manzoni,c’è una parte del caro
vecchio Novecento nell’ |
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immaginario di
quest’artista che pur non avendo studiato la storia
dell’Arte, la cita attraverso le sue sensazioni, le sue
emozioni. Si fa stravolgere dalla passione di un colore
forte, un rosso puro o un blu vivido che fa colare sulla
tela in una sorta di “dripping” alla Jackson Pollock.
E poi come non citare ulteriormente Burri con i suoi
sacchi e le sue combustioni, o Fontana con i suoi tagli
netti, Zago è tutto questo, ma è anche di più. La sua
ricerca è sempre in continua evoluzione anche quando
raccatta materiale di risulta, che siano lattine di
coca, siringhe, condom, racchette sfondate, scarpe
vecchie, accendini, mozziconi di sigarette, scarti di
cibo, mi sembra quasi di vedere uno Zago – Daniel
Spoerri all’opera, tante idee che inesorabilmente
faranno della spazzatura vera Arte; non senza una vena
d’ironia. L’ironia, il non prendersi troppo sul serio,
fa di un’artista un vero artista, il sapiente mettersi
in gioco, l’apertura mentale, la grande intelligenza e
la capacità di ricerca fanno il resto. Ed ecco che la
magia si compie: nasce l’opera d’arte come da un dio
demiurgo-fabbricatore, una sorte di nume tutelare che
ogni artista si porta dentro di sè. Perché l’Arte è
espressione del proprio sé più autentico e profondo, è
il linguaggio che riflette lo spirito del tempo in cui
l’artista vive, è il comunicare un messaggio, è un
uscire dai provincialismi. Solo così può nascere la
grande Arte, altrimenti resta puro dilettantismo. Zago
ha dedicato una vita all’Arte, nella sua solitudine
di artista è pregno di idee, di suggestioni, sensazioni.
Gli inizi dell’artista sono figurativi, negli anni
Novanta espone a New York una ventina di landscapes
che raffigurano scorci di Verona, la sua città
adorata. Alla fine degli anni Novanta abbandona la
figurazione volgendosi a un linguaggio neo- divisionista
fino a sconfinare nell’astrazione. Famose le tele
denominate “mosaico” di questo periodo. Ma la sua
attenzione oggi è rivolta al polimaterismo, in cui una
materia fortissima grondante di colore domina lo spazio
delle sue superfici, vi convivono oggetti morti,
consunti dal tempo, assemblage e ready- made
post-duchampiani, una quasi riedizione della favola
Dada che nel nostro contemporaneo è sempre presente.
Arte per provocare? La provocazione domina ormai ogni
linguaggio, che ben venga se serve a scuotere le
coscienze, no se non comunica niente di fondo. E la
“Monnezza” come la chiama Zago, non esiste solo agli
angoli delle strade ma anche nelle nostre coscienze di
menti che osservano, ma non fanno nulla per cambiare il
proprio destino. Zago non è solo un’artista, è un
sognatore che crede in un mondo migliore, una persona
rara priva di ipocrisia, leale, vera come poche. Esiste
anche uno Zago fotografo, artista digitale, notevole non
c’è che dire. Ma sinceramente preferisco l’ultimo Zago,
artista neo-informale quale egli è, con le sue creazioni
cariche di “monnezza”, ed è proprio qui che raggiunge
gli apici della sua vena creativa. Gli consiglierei di
continuare in questo senso, di ricercare nuovi
materiali, perché l’Arte è continua ricerca, ricerca..ricerca..
Sei un ricercatore nato Zago, sono sicura che mi hai
capita, con i miei migliori auguri! |