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Trattate la natura come dei
cilindri, delle sfere, dei coni…
( Paul
Cézanne)
Mi piace rimirare l’opera di questo
artista Felice Giancaspro e iniziare un’attenta analisi della sua
opera con una citazione di Lucien Henraux ( I Cézanne della
raccolta Fabbri, in “Dedalo”, giugno 1920). Scrive Henraux:” L’anima
del pittore conta più della realtà. L’artista guarda per noi. E noi
alla fine non vediamo che coi suoi occhi…. Cézanne sapeva vedere;
durante le sue esplorazioni nella sua campagna nativa egli faceva
sì, delle scoperte di motivi com’egli raccontava felice. Ma queste
scoperte le faceva prima di tutto dentro sé stesso, sotto il
suggerimento e la suggestione della natura”. Si nota bene che Felice
ha assimilato la lezione di Cèzanne, e di altri suoi colleghi
d’oltralpe. Con tanto amore come a respiro trattenuto Felice
tratteggia i suoi soggetti, trattando la natura come dei cilindri,
delle sfere, dei coni, ed ecco che un paesaggio emerge pian piano,
viene messo su tratto per tratto, con infiniti tocchi, innesti,
velature, vibrazioni. E intorno ai punti rimasti sordi e scoperti,
nell’attesa di un colore denso e pastoso, sboccia una macchia di
colore che va a coprirne un’altra e un’altra ancora. La purezza
smaltata dei blu e dei rossi, i verdi cinerini, il vermiglione e il
cinabro disegnano l’amore per il colore e la luce. Luce inebriante e
ubriacante di dolcezza ma anche di forza, una forza data dalla
pennellata sapiente, sicura, anche se in certe sue espressioni
cromatiche si rintraccia Van Gogh, altro maestro del passato a
incidere sul suo cammino personale ma in modo minore rispetto a
Cèzanne. Anche se Giancaspro ha guardato e studiato gli antichi
maestri, c’è stato poi il loro superamento e la conquista di uno
stile personale, ha fatto sì che fosse semplicemente Felice
Giancaspro, che non è poca cosa. Ogni artista ha sempre un debito
verso il passato, perché il passato fa parte della nostra memoria
collettiva, ma a un certo punto egli se ne deve distanziare, trarre
solo degli insegnamenti e nulla più. Nella vita come nell’arte
bisogna concentrarsi solo ed esclusivamente sul presente, fare della
propria arte un sistema di vita, un modus vivendi e un modus
operandi. E rivedendo le tele di Felice, s’intravede una
freschezza e una poesia del non detto, dell’inafferrabile,
dell’ignoto, del sublime. Una poesia fatta di un’intima e profonda
visione senza veli in cui si scopre un cielo basso e caldo,
turchino, cupo nello smeraldo delle pasture, il grigio ferrigno
delle rocce, poi la netta successione cromatica dei vari piani, la
costruzione solida delle case nel sole. E’ come se avesse costruito
un intero paese nella luce, che diventa un abbacinante preludio
di Debussy. Non è azzardato il paragone con Debussy, perché anche
per Giancaspro come per il compositore francese, l’arte non è
semplice capriccio, ma nasce da una logica disciplinata, coerente
nei toni e nel particolare valore dato alla nota (al segno nel caso
del pittore) vista nella sua purezza di linguaggio. Le figure di
Giancaspro si stagliano nell’ambiente solide e primitive, sembra
quasi che urtino nelle difficoltà del disegno e della forma. Non
riesce a cogliere con pronta sagacia un movimento come sa fare Degas.
Ma non è un handicap questo, è solo uno dei tanti modi di vedere,
poiché per Giancaspro come per Cezanne, la figura è soprattutto
colore: la forma è solo un’occasione, un pretesto per il colore.
L’imperfezione di un braccio, la goffaggine di un corpo,
l’asimmetria d’un volto, sono dimenticati dallo spettatore capace di
godere tutta la musica di quei toni.
Alla
fine è sottile armonia pittorica, bellezza di una pasta smagliante,
nel divenire di una pittura che non solo resisterà agli anni, ma
con gli anni diventerà ancora più bella. |
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Bacino
olio
su tela (40x30) 1980

Mandorlo
in fiore
olio
su tela (30x40) 2003

Casolare verso
la murgia
olio
su tela (30x24) 1985

Guardo il mare
olio
su tela (40x30) 1995

Ulivo
olio
su tela (30x40)2006

Pesco in fiore
olio
su tela (30x40)2007

Torre quarto
olio
su tela (40x30)2004
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